La forza dell’antico guerriero nei calici del premiato Ragis

Il Cru ha il nome di un eroe longobardo e dei raggi solari che baciano il borgo

A quarant’anni ha scelto di diventare contadina per dedicarsi, anima e corpo, alle sue viti baciate dal sole, che tenaci resistono su fazzoletti di terra strappati alla roccia, nell’abbraccio di vecchie macere e ad un passo da ulivi secolari, corbezzoli, mirti e melograni. Patrizia Malanga (foto), colonna portante de “Le vigne di Raito”, è partita da nulla. Ma in pochissimi anni ha bruciato le tappe, conquistando la cultura e l’esperienza enologica che non facevano parte del suo background, con intuizioni brillanti ed un occhio costantemente rivolto al rispetto del territorio, capaci di regalare voti altissimi in pagella al debutto del suo Ragis. «La mia è una storia recentissima, non ho alle spalle nessuna tradizione di famiglia, ma solo un grandissimo amore per la campagna e per il vino», racconta. L’avventura prende il via nel 2001 quando, insieme al marito medico Stelio, s’innamora di un lembo di terra che domina il mare della costiera amalfitana. «La proprietà era in uno stato di totale degrado ed abbandono - ricorda - ma bellissima, così decidemmo di impiantare nel vigneto uve autoctone a bacca rossa che esprimessero al meglio il territorio». Aglianico e Piedirosso sono dunque diventati i “principi” di San Vito ad Torcle (questo l’antico nome della zona dove oggi sorge l’azienda rigorosamente biologica). Torcle viene dal latino torculum, torchio: «Avendo appreso che era stata una zona particolarmente vocata per la produzione di uva e di agrumi, decisi con la consulenza di esperti di impiantarvi un vigneto specializzato». Gli esordi risalgono al 2007. E’ questa la data di nascita di Ragis, figlio di uve Aglianico e Piedirosso vinificate separatamente in vasche di acciaio, macerate per oltre quindici giorni, trasferite in botti di rovere francese ed assemblate prima della fermentazione malolattica. Nulla è casuale, neppure il nome, che trae ispirazione da quello di un guerriero longobardo che si crede abbia fondato Raito. Ma Ragis rimanda anche «ai raggi del sole bellissimo che ci bacia per quasi tutto l’anno», spiega Patrizia Malanga. Quando poi si è lanciata nella produzione di un vino di pronta beva, per il rosato della casa, Aglianico e Piedirosso ma in proporzioni inverse rispetto a Ragis, ha scelto il nome di Vita Menia: «E’ il toponimo medievale del luogo dove si trova attualmente l’azienda. L’ho scoperto grazie al gruppo Habitat, un’associazione molto attiva a Raito, con la quale collaboro con grande piacere nell’ottica di una continua valorizzazione del territorio». Le sue vigne, il bosco di viburni e allori, i ghiri ed i pettirossi, l’hanno talmente conquistata che ha scelto di lasciare alle figlie l’appartamento in città per rifugiarsi, insieme al marito, in un angolo da paradiso, dove la prima parola che pronuncia chi vi mette piede, è in genere un ammirato “Ohhh...”. «I più felici sono gli americani, sembrano dei bambini - racconta - E per noi è una grandissima soddisfazione, perchè non c’è niente di più bello che condividere con gli altri le cose che si amano». Oltre che negli States, i suoi vini finiscono sulle tavole di danesi, tedeschi e francesi, ma “Le Vigne di Raito” punta molto sui tour operator, più che sugli importatori, per far conoscere i gioielli di casa, subito celebrati dal Gambero Rosso, dalla Guida espresso e da quella Slow Wine. «Siamo riusciti a mantenere lo standard qualitativo che ci eravamo prefissati e per farlo ci impegniamo ogni giorno tantissimo»: e così la vendemmia si trasforma in una grande festa necessaria a recuperare la materia prima che il fiuto dell’enologo Gennaro Reale provvederà successivamente a selezionare. La parola d’ordine è amore per la terra, ma con un occhio al futuro. Non a caso nel look “Le vigne di Raito” ha scelto un’impronta moderna, affidandosi al grafico Paolo Palladino. Un grappolo stilizzato color porpora è l’icona del Ragis, mentre sulla bottiglia dell’ormai introvabile Vita Menia trionfano i pesciolini ispirati ad un lavoro del ceramista Lucio Liguori, amico e vicino di una casa dove botti e tornio vanno a braccetto.

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