L'OPINIONE

L’uso distorto dei social media e i pericoli per la democrazia

di ALESSANDRO TURCHI

Quando vado dal mio barbiere, Rosario, mi imbatto sempre in almeno un giornale appoggiato distrattamente sul divano di attesa, un quotidiano locale, ovviamente, con le notizie della città, ma anche con quelle nazionali. Sta lì, mi guarda, sa che almeno uno sguardo ai titoli lo darò, in uno di quei tipici gesti automatici di abitudine che rappresentano, alla fine uno spaccato di vita vissuta. Un momento di tutti i giorni, una rappresentazione, però, tutto sommato in controtendenza per questi tempi, segnati dalla crisi della carta stampata, con i lettori sempre più rarefatti e con una fase di palese confusione, tipica dei momenti di transizione.

Nell’ultimo lustro in Italia i quotidiani, pur sommando i digitali ai cartacei, hanno visto diminuire drasticamente le vendite, proseguendo l’onda lunga avviata già da parecchio tempo. Rimanendo ai primi tre, secondo una ricerca Prima Comunicazione/ ADS, La Repubblica ha lasciato sul campo il 45.23% delle copie, il Corriere della Sera il 40.57% e il Sole 24 ore, il 46.58%. Per capirci, un giornale come il Corriere, che nel 2005 diffondeva 541 mila copie al giorno, oggi ne diffonde un terzo, 180 mila. Questi dati da soli sono già terribili, ma se messi in relazione con i numeri dell’istruzione in Italia, diventano addirittura catastrofici. Investiamo pochissimo sulla scuola, siamo fra gli ultimissimi in Europa, ventisettesimi su 28 come percentuale di laureati, davanti alla sola Romania, e ventunesimi su 28 come percentuale di diplomati. Notizie che vanno infine accostate ad un altro ed importantissimo elemento di conoscenza, i 35 milioni di utenti italiani dei social media, presenti on line per 1 ora e 51 minuti al giorno, secondo il rapporto “We Are Social 2019”. Tutte informazioni che, statisticamente correlate fra loro, danno la misura di quanto sia manipolabile, al giorno d’oggi, la pubblica opinione, cioè quella massa di persone che si informa esclusivamente attraverso i social, in modo non consapevole, superficiale, spesso pronta a seguire gli impulsi immediati, magari suggestionata da chi ha interessi in campo.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, si leggono poco i giornali, scritti da giornalisti professionisti, credibili e riconoscibili, e le informazioni sono invece sempre più veicolate dai social, luoghi in cui veri e propri professionisti della comunicazione, spesso, divulgano e manipolano false notizie. L’immagine che se ne ricava è quella di un Paese sempre più impoverito culturalmente, in cui le notizie possono essere filtrate da persone senza scrupoli, che approfittano dell’ignoranza o della superficialità di chi legge. Ci aspettano anni in cui la stessa democrazia sarà, forse, in pericolo, minata dagli “specialisti”, pronti a governare le opinioni di grandi masse di persone con facili slogan, post alterati e fakenews, in grado di attirare l’attenzione e diventare virali, spesso, più delle notizie vere.