L'ESPERTO

L’odissea degli “yazidi” in fuga dal terrore dell’Isis

I 26 migranti sbarcati nel porto di Salerno dopo tre giorni di navigazione sono di nazionalità curda irachena. In particolare appartengono alla minoranza yazida, tra le più perseguitate dal terrorismo di matrice islamista radicale dello Stato islamico (Isis). Tra i migranti dodici sono le donne. La furia dell’Isis si è scatenata in particolare contro le donne yazide che hanno subito rapimenti, torture e violenze indiscriminate soprattutto nel periodo di massima ascesa del gruppo tra il 2014 e il 2017. Per questo nel 2018 l’attivista per la difesa dei diritti umani yazida, Nadia Murad, è stata insignita del premio Nobel per la pace. Con certezza sappiamo che i migranti sono partiti dal porto turco di Aliaga in provincia di Smirne. Con buona probabilità hanno attraversato il confine militarizzato tra Turchia e Siria prima di tentare la via del mare per raggiungere l’Europa. Il popolo curdo vive anni di grande incertezza politica.

Dopo il fallimento del referendum per l’indipendenza, voluto da Masoud Barzani, nel 2017 ma la cui validità non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale, il governo autonomo del Kurdistan iracheno (Krg), una regione ricchissima di petrolio e semi- indipendente da Baghdad, ha raggiunto lo scorso anno il così detto accordo di Sinjar con le autorità turche per liberare le montagne del paese dalla presenza dei combattenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato un gruppo terroristico dalle autorità turche. La Turchia è impegnata a sigillare il confine turco-siriano per i profughi e a continuare con azioni mirate nel Kurdistan siriano (Rojava) per limitare le richieste di indipendenza del popolo curdo. Dopo l’operazione Ramoscello di Ulivo che nel 2018 ha permesso all’esercito turco di occupare il cantone di Afrin (dove sono gravi le violazioni dei diritti umani secondo le Nazioni Unite), lo scorso autunno le operazioni militari hanno interessato anche il cantone di Kobane nei dintorni di Ain Issa dopo l’avvio dell’operazione Sorgente di Pace nel 2019 con lo scopo di controllare completamente Rojava.

Sono circa quattro milioni i profughi siriani e iracheni in Turchia in seguito ai conflitti che hanno colpito i due paesi negli ultimi anni (proprio in questi giorni ricorre il trentennale dalla guerra in Iraq nel 1991). Per questo nel 2016, Ankara ha raggiunto un accordo da 6 miliardi di euro con l’Unione europea per tenere nel suo territorio i profughi sigillando le frontiere con l’Ue. La rotta che di consueto hanno intrapreso i migranti siriani e curdi dalla Turchia era rivolta al Mar Egeo. Molti ricordano l’immagine del corpo senza vita del piccolo profugo curdo siriano, Alan Kurdi, sulle spiagge di Bodrum in Turchia. E così sono oltre migliaia e migliaia i migranti bloccati nelle isole greche, tra cui Lesbo, in condizioni disumane come nel campo di Moria, che avrebbe una capacità massima di 3mila persone e nel campo di Kara Tepe che potrebbe ospitarne altrettante. Altri profughi hanno scelto invece la rotta balcanica, tentando di raggiungere l’Europa attraverso la Grecia. Di pochi giorni fa è la richiesta dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) di un intervento in favore di circa 3mila profughi bloccati nel Nord-Ovest della Bosnia-Erzegovina, al confine con la Croazia, dopo l’incendio della tendopoli di Lipa.

*docente di Geopolitica del Medioriente all’Università di Padova