L'EDITORIALE

L'odissea 2020, le due Italie del gap civile

Il deficit di etica pubblica

Il divario fra Nord e Sud verrà colmato solo nel 2020», preconizzò nel dicembre del 1972 Pasquale Saraceno, un grande italiano, un lucido nordista (era nato a Morbegno, vicino Sondrio) che conosceva la cosiddetta questione meridionale meglio di qualsiasi passionale sudista. «Verrà colmato nel 2020». E ci siamo: un giorno appena e saremo dentro al secondo giro decennale del Nuovo Millennio. Ma è tutto come prima, se non peggio di prima: cresce il divario con il Nord, ma soprattutto con il resto dell’Europa, e ci porta tra le regioni più povere del vecchio continente. Chissà se il premier Giuseppe Conte, parlando a Vallo della Lucania, a novembre scorso, era a conoscenza di questa “profezia” di un grande italiano. Conte disse, con la consapevolezza del presente, che l’Italia rinascerà solo con il Mezzogiorno, tanto da aver poi dedicato larga parte della conferenza stampa di fine d’anno all’annuncio di previsioni operative per “sbloccare” il Sud, a partire dalla quota del 34% di investimenti pubblici a beneficio delle regioni meridionali, una regola finora non rispettata. Se rispetto al 1972, anno della “profezia” di Pasquale Saraceno, il quadro dell’involuzione del Sud si è perfino aggravato, cosa non ha funzionato? Cosa c’è che non è andato? O meglio, non va? È sì una mancanza di investimenti pubblici, in tempi nei quali il Paese sconta un’ultradecennale e colpevole assenza di politiche industriali, ma c’è qualcosa che conviene esplorare meglio e in maniera radicale. Non sarebbe il caso di valutare davvero che lo sviluppo sociale del Mezzogiorno non è solo questione economica e che il problema vero è l’assenza di capitale sociale, che la piaga autentica è una dimensione di comunità dove con cinismo viene sostituito il dovere civile con il diritto ad avere tutto, sempre e comunque? C’è chi sostiene, e giustamente, che se spedissimo verso le aree del Sud carovane di tir carichi di soldi, la situazione peggiorerebbe, non migliorerebbe. E che l’overdose di fondi pubblici servirebbe solo ad alimentare sperperi, ruberie, consorterie affaristico-criminali in danno di quel reticolo di piccole e medie imprese, nate dalla sana inventiva di quei privati che ogni giorno producono reddito ed occupazione, pur essendo costretti a raddoppiare i loro sforzi di sopravvivenza, a lottare contro le burocrazie, il mercato e, spesso, contro certa politica che si oppone con sospetto a chi non si genuflette al potere. Tutto avviene, al Sud, in un tempo nel quale il comune sentire si è progressivamente privatizzato in modo meschino e mediocre, ed il nostro immaginario collettivo non ha più alcuna proiezione verso il futuro. Basta riflettere sulla qualità delle classi dirigenti (che non sono solo quelle politiche) per comprendere quanto siamo alla mercé di un presente senza prospettive: basterebbe restringere lo sguardo a quel che accade intorno a noi, alle «cause di disorientamento», prendendo in prestito le parole di Pasquale Saraceno quando previde il 2020 come data ultima per colmare il divario tra Nord e Sud. Ma chi dovrebbe garantire visioni del futuro? Basta riflettere sulle condizioni delle nostre città, spesso nelle mani di classi dirigenti miopi e rissose, per osservare la fotografia della realtà, offerta in maniera più nitida dalle realizzazioni concrete degli ultimi cinquant’anni, dall’effetto a colori di disastri ambientali, dall’incuria del patrimonio collettivo, dalla dissipazione del danaro pubblico con cittadini che pagano tasse senza ottenere servizi, fino alla scandalosa e quotidiana pratica di spese inutili per finanziare campagne elettorali e affarismo di periferia. C’è da dedurre che tutti i soldi del mondo non potrebbero mai bastare a colmare un divario che, più che imperniato nei macro-numeri e in un alveo prettamente economico, pare invece insabbiato nei meandri d’una questione radicalmente sociale: un gap di coscienza civile. che ha indotto perfino virtuose intelligenze a stare alla larga dalla possibilità d’incidere sui destini pubblici. E se nel 1972 si profetizzava una drammatica «odissea 2020», una «data di sapor spaziale», a distanza di 48 anni, a guardar le due Italie a doppia velocità, chissà cosa resta da dire adesso, constatando che il Mezzogiorno è ancora a terra, lontano anni luce dalla galassia d’un sano sviluppo. Basteran no altri 48 anni? Arrivederci al 2068.