L'EDITORIALE

L'Italia dei vincoli e la paura di "fare"

Aiutare il Sud a camminare sulle proprie gambe o perpetuare il declino, non solo economico ma umano, praticando logiche clientelari e parassitarie senza alcun futuro? Più di un sindaco cilentano si sarà posto questo interrogativo dopo le parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E di fronte all’interrogativo, posto con sobria intelligenza dal premier, la tentazione dell’autoassoluzione è stata forte. L’immagine dei 100 sindaci guidati dal premier è bella e significativa al tempo stesso: un’iniezione di fiducia, uno stare insieme per costruire comunità anziché pensare sempre ad elettoralismi gregari che, di questi tempi, occupano la cosiddetta politica retrocessa a mercato del nulla. E benissimo fa chi si oppone. Così uno dei commenti più ricorrenti dei sindaci presenti di fronte al grido del premier Conte, «abbiamo fretta, abbiamo fretta...», è stato quello sul come poter declinare le nuove proposte che arriveranno per il Sud sul terreno concreto del “fare”. E i sindaci si son giustamente chiesti, ad esempio, come poter “fare” di fronte ai vincoli ambientali e paesaggistici che frenano qualsiasi operazione di sviluppo? Il territorio cilentano, ad esempio, è gravato da numerosi vincoli ambientali e paesaggistici attualmente gestiti da tre enti, secondo una logica davvero inquietante di persistente burocrazia: l’Ente Parco Nazionale del Cilento, i Comuni (nel duplice profilo urbanistico e ambientale) e la Soprintendenza. Ma come si può immaginare un giovane che vuole fare impresa a rincorrere funzionari, sindaci, pareri, interpretazioni? Se si pensa che nella quasi totalità di quest’area, benedetta da Dio con la natura e spesso offesa dagli uomini con le loro opere, qualsiasi modifica dello stato dei luoghi, fosse anche una semplice recinzione o pavimentazione, qualsiasi intervento modificativo della sagoma e prospetto degli immobili esistenti (per non parlare dei nuovi interventi di edificazione) va vagliata da ben tre organi.
Al presidente Conte non sarà sfuggita un’evidente stortura legislativa che, riconoscendo al territorio una particolare valenza sotto il profilo ambientale e paesaggistico con la creazione del Parco del Cilento, continua invece ad affidare a un organo periferico dello Stato (Soprintendenza) un forte potere di controllo. Perché doppio controllo sul medesimo aspetto paesaggistico che spesso si conclude con esiti antitetici? La farraginosità del sistema autorizzatorio, coniugata con la discrezionalità tecnica (non sindacabile dal giudice amministrativo se non in casi di assoluta illogicità) dei vari funzionari deputati al controllo, in uno alle lungaggini burocratiche, non fanno che scoraggiare chi intende investire e creare economia. È un dato certo. Così come sono dati certi opere pubbliche iniziate e non completate, bloccate da un permesso che non arriva per anni, una carta che non gira per il verso giusto spesso dolosamente lasciata negli archivi. Ai tre controlli se poi si aggiunge il vincolo idrogeologico (Autorità di Bacino) e quello di tutela ecologica, possiamo dire di aver compiuto l’opera di scoraggiare tutto e tutti. Ai parlamentari salernitani presenti a Vallo (pochi al di là della doverosa pattuglia grillina) non sarà sfuggito il fatto che la causa prima del vincolismo esasperato sta fuori dalla pubblica amministrazione. Perché i parlamentari salernitani non si mettono insieme per lasciare almeno il segno di una presenza, ingaggiando una sorta di guerra bipartisan contro una legislazione sovrabbondante e contraddittoria contro i troppi controlli preventivi e i troppi controllori (dalla Corte dei conti all’Autorità anticorruzione), le procure penali e contabili che tengono i fucili puntati contro gli amministratori (sia chiaro, la maggioranza è costituita da onesti e capaci) spaventando con inchieste a raffica contabili, amministrative e penali, che intimidiscono e fanno propendere per l’inerzia del “non fare”? Da decenni sono stati aboliti i controlli sugli atti amministrativi degli enti locali creando condizioni ancor più difficili per gli amministratori dietro una totale deregulation sulla legittimità degli atti. Alla fine, lo Stato arriva con la pretesa di controllare dopo con controllori orbi, che affollano l’Italia del vincolo di capibastone della burocrazia, che mettono in ginocchio ogni realizzazione possibile e invitano gli uomini onesti e capaci a tenersi lontani dalla pubblica amministrazione per tutelare la loro dignità. E soprattutto le condotte etiche messe a repentaglio dai “rigattieri del moralismo”, sempre pronti a raccattare gli utensili del giustizialismo accattone.