Gilberto Capone

LA MISSIONE

L'impegno di Giliberto Capone, da Battipaglia ad Herat con l’obiettivo della pace

In Afghanistan il capitano lavora alla formazione dell’esercito locale

Ci si commuove ad osservare lo sguardo fiero di questi ragazzi che rendono l’onore delle armi ai 53 caduti italiani in Afghanistan. Il tricolore sventola ad Herat; nel mentre l’inno di Mameli tiene tutti immobili, fermi in un solo incantesimo. Nella base italiana più importante, dei diversi teatri operativi dove è impegnato il nostro Paese, nell’ovest dell’Afghanistan, si celebra la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate. Anche qui, a migliaia di chilometri dal mormorar del Piave, si celebra la fine della Prima Guerra Mondiale. Quel conflitto che fece milioni di morti e soprattutto concretizzò gli italiani. Insomma, mise gomito a gomito ragazzi senza né scuola né cultura che provenivano dagli angoli più estremi della penisola, con loro commilitoni che vivevano magari ai piedi delle Alpi. Lingue diverse, persino tratti somatici assolutamente diversi. Eppure, quella Guerra, fece gli italiani. Sono trascorsi cento anni dal quel 1918. Oggi l’Italia può essere fiera davvero dei suoi figli che in mimetica, nel mondo, fanno sventolare alto il Tricolore. Tra questi uomini c’è anche un giovane ufficiale della Brigata “Pinerolo”, il capitano Giliberto Capone originario di Battipaglia. Ventinovenne, già da 13 anni al servizio del Paese, quando entrò in Accademia. Qui svolge un ruolo di primissima importanza: la formazione e l’assistenza all’Afghan Force, l’esercito afghano. Questo infatti è uno dei punti nevralgici della missione Resolut Support che la coalizione internazionale svolge in Afghanistan. Formare ed assistere i militari afghani, perché è questo ciò che è necessario fare. Da quasi cinque mesi in teatro, il capitano Capone è quasi alla fine della sua missione; ad aspettarlo in Italia, la mamma, il papà, ma anche due sorelle e un fratello. Poi c’è anche la fidanzata. Insomma non è facile sopportare una missione. «I nostri cari vivono la missione con la nostra stessa intensità; anzi probabilmente ne pagano il peso anche più di noi stessi – afferma il capitano Capone – Insomma, la nostra è una scelta di vita, per loro è una conseguenza delle nostre scelte». Il lavoro qui è frenetico, non ci si ferma mai, neppure in questa giornata di grande valore simbolico per il nostro Paese. «Il ricordo e la memoria dei caduti, di tutti i caduti, in tutte le guerre, qui, in questo luogo ha un significato ancora più importante. Qui nostri 53 commilitoni hanno versato il loro sangue, per la libertà e la pace in questo Paese. Per noi questo non è solo una grande responsabilità, ma anche una motivazione a fare al meglio il nostro lavoro. Il tricolore che sventola ad Herat ci rende orgogliosi di ciò che facciamo » ha aggiunto il capitano Capone. Un ragazzone, Giliberto, uno di quei ragazzi del Sud che nel servire il Paese ha trovato la sua motivazione professionale ma anche la realizzazione di vita. «Porterò nella mente, per sempre, i volti e i sorrisi di quei bambini che qui apprezzano ogni nostro piccolo gesto. Qui tutto ha un valore diverso, soprattutto l’amicizia e l’affetto». In un paese dove è certo più facile morire che diventare adulti, sapere che ci sono giovani che lavorano per costruire una pace duratura ed un futuro per un popolo martoriato da 40 anni di guerre, è sinonimo di speranza. Dunque se anche qui, nel lontano Afghanistan, il silenzio del trombettiere della Brigata Pinerolo ha onorato i caduti del primo conflitto mondiale, allora le guerre e i caduti non potranno mai essere vani.

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