L'OPINIONE

L’autorità della paura è Legge

ella città di Matteo, è utile ricordare il motto evangelico del santo secondo cui nessuno può mettere un pezzo di stoffa vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Se il rattoppo è sul vestito della Costituzione, gli squarci vanno misurati in termini di uguaglianza e solidarietà, a seconda che - come ha sostenuto Roxin in Democrazia e autoritarismo - i valori abbiano o meno a riferimento i diritti sulla base di principi condivisi. Autoritarismo del diritto penale e condivisione non vanno a braccetto; il primo valore non riconosciuto è quello del rispetto, criterio di convivenza - dice Sennet - che ci fa considerare come eguali. Il confine del contrario è labile: è sufficiente rispettare solo chi è eguale a noi e quindi può contare sulla nostra stessa forza? Nella relazione tra rispetto e diseguaglianze il diritto penale gioca un ruolo fondamentale ed i goal che realizza danno un risultato truccato se si gioca nel campo dell’autorità e della paura. In un paese attraversato da tensioni e divisioni, le domande impellenti sono: diritti, cittadinanza, diversità. L’autorità della paura non ha interesse a riportare al centro la cittadinanza nel suo reale significato che è quello del diritto ad avere diritti, al riconoscimento - secondo il pensiero di Honnet - e all’accettazione dell’altro da sé e all’individuazione delle pur irriducibili distanze nelle pur esistenti diversità. Ciò che non può essere messo in discussione è la garanzia dei diritti come condizione imprescindibile di un ordine giuridico democratico e liberale. La vera funzione dei diritti passa attraverso la promessa alle minoranze - i diritti in senso forte di Dworkin - che la dignità e l’uguaglianza saranno sempre rispettate e non lasciate alla mercé della classe politica dominante. La conquista della democrazia costituzionale consiste nell’aver concepito i diritti come entità autonoma, il cui contenuto è svincolato dal conflitto politico in atto, mediante il rifiuto che la tutela ne sia definita nella sua sopravvivenza dalla maggioranza politica di turno. Si manifestano, però, segnali che indicano una direzione opposta, in quanto le paure e la passioni che stanno acquistando una forza dirompente nei motivi che ispirano dal basso minore tutela dei diritti a vantaggio di maggiore sicurezza mettono a dura prova la tenuta dell’ordinamento costituzionale. Soprattutto perchè non vi e’ coincidenza reale tra la situazione concreta che attraversa il Paese nei settori della sicurezza e dell’ordine pubblico che, appunto, non sono da considerarsi talmente urgenti da scavalcare il normale iter legislativo. L’inasprimento sanzionatorio, la costante polemica del legislatore con l’armamentario giuridico vigente, la tempistica delle riforme, e il simbolismo sono tutti elementi di valutazione per considerare la marginalizzazione dei diritti fondamentali, oscurati da discussioni che seguono traiettorie alternative e ne depotenziano la portata garantista, mediante l’espansione in qualità ed in quantità del penalmente rilevante. Per essere chiari, si è indotti surrettiziamente a pensare che la libertà personale da comprimere sia sempre e solo quella di una parte della società di cui si farebbe volentieri a meno. Qualche esempio può essere illuminante. L’irrigidimento sanzionatorio in materia di stupefacenti (coltivazione di canapa indiana: prima da 2 a 6 anni, ora da 6 a 20) oppure di omicidio colposo (con violazione delle norme sulla circolazione stradale: prima da 1 a 5 anni, ora da 8 a 12 anni, salvo ulteriori aumenti) mostra un’ansia incriminatrice irragionevole. La polemica con le leggi esistenti in materia di immigrazione o di legittima difesa nasconde, da un lato, la malcelata insoddisfazione di altri strumenti, al di fuori della repressione, volti a fronteggiare il fenomeno degli ingressi illegali, dall’altro, l’anelito di introdurre modalità particolarmente aggressive e al contempo legittimamente giustificate per difendere la proprietà anche con l’omicidio. Quanto alla tempistica, oramai è una costante quella che vede l’introduzione di nuove fattispecie di reato seguire fatti di cronaca eclatanti ed in prossimità di scadenze elettorali. Infine, il simbolismo, ovvero la tendenza alla contrapposizione pubblica della pena il dolore privato delle vittime (che, in verità, meriterebbe più sacro riserbo e altro tipo di cura). Tutto queste toppe sul bel vestito della Costituzione mettono in tensione le cuciture di fondo ed infatti molti cittadini, in buona fede convinti che lo strumento penale debba pervadere le loro vite, altrimenti esposte a chissà quali attentati, iniziano addirittura a nutrire sfiducia nel sistema giustizia nel suo complesso e nella magistratura come suo rappresentante, in quanto ritenuta lassista nei confronti della criminalità ed insensibile alle domande di sicurezza.