L'EDITORIALE

Il voto nelle città, i sindaci eletti e la questione morale cancellata

Trentacinque anni fa moriva Enrico Berlinguer che nel 1981 diagnosticò l’insorgente pericolo italiano della questione morale. Denunciò l’occupazione dei partiti delle strutture dello Stato, delle istituzioni, e di tutto quel che rappresentava il cosiddetto sottogoverno. A quel tempo, però, i partiti esistevano ed erano una cosa seria, con tutte le defaillance di strutture che per la impropria occupazione invasiva del potere avevano perso la funzione anche di pedagogia civile nell’Italia del tempo. A partire, naturalmente dai partiti di governo, corrotti dal tempo e dalle pratiche di consorterie affaristiche. Oggi se un politico incentrasse la sua campagna elettorale sulla questione morale il minimo che gli possa capitare è perdere le elezioni. Cioè tutto.
Poche ore fa, i risultati delle elezioni amministrative hanno consegnato nel Salernitano, le vittorie di due sindaci, quello di Pagani, Alberico Gambino, e l’altro di Capaccio Paestum, Franco Alfieri entrambi al centro di inchieste della magistratura salernitana sul presunto rapporto tra politica, gestione politica e camorra. Il primo, Gambino, fu anche arrestato, mandato in carcere e poi assolto. Caso diverso per il secondo, Alfieri, recordman di sindaco “itinerante”. Le loro storie giudiziaria, più nuova quella di Alfieri, più vecchia quella di Gambino, sono raccontate in questa pagina. Non c’è dubbio che Gambino torna assolto al vertice di Pagani, dopo un intermezzo politico di consigliere regionale.
Ma professionisti dell'antimafia e professionisti del moralismo possono fornire una risposta non ideologica ed emotiva a risultati così elettoralmente evidenti? È mai possibile che la memoria degli elettori azzeri responsabilità politiche poi maturate in indagini penali? Una risposta la si può garantite senza eccitare l’intolleranza e la criminalizzazione indiscriminata. In questo voto ci sono i prodromi di una perniciosa stagione dell’indulgenza nella quale il consenso elettorale può essere rappresentato come un’assoluzione prim’ancora della celebrazione dei processi. È una sconfitta per la magistratura in queste ore in una rovinosa china di discredito. Le indagini su politica, amministrazione e clan camorristici a Pagani delinearono uno scenario inquietante sia pure non suffragato da prove, secondo i giudici. E pensare che Pagani è la città dove il sacrificio di Marcello Torre viene considerato come un ingombro della memoria e come emblema di sindaco sacrificato da uomo perbene e politico onesto. Se oggi si paga il prezzo della memoria cancellata è anche perché le indagini su affari e politica sono state, dai tempi di Mani Pulite, strumentalizzate da parte di una politica debole e gregaria che per eliminare l’avversario si appellava all’intervento a gamba tesa di pm politicizzati. Oggi c’è, però, qualcosa in più: il sapore inebriante del successo elettorale potrebbe indurre i politici ad un riscatto senza confini, perché una volta sfondato, con il voto, anche il controllo di legalità sono pronti a tutto. Perfino ad ingaggiare un corpo a corpo con le regole dello Stato, in nome della prevalenza del consenso. È un abbrivio pericoloso che probabilmente avrebbe consigliato, in primis ad Alfieri, di disertare confronti elettorali con inchieste in corso (come aveva anche lucidamente consigliato l’ex procuratore nazionale antimafia Roberti, ora europarlamentare pd). Ma il consenso elettorale meritato sul campo non autorizza a definire “chiacchiere giudiziarie” un’inchiesta in corso perchè gli elettori non possono essere considerati dei clienti di un ristorante che hanno sempre ragione.
Ecco perchè sarebbe già stato necessario che in un momento delicato di degrado istituzionale del Paese che la magistratura avesse da tempo mostrato maggiore assunzione di responsabilità. In attesa di risposte serie del Csm.