IL COMMENTO

Il saluto alla cagnolina “Nefertiti”

Il segno nel sogno del profeta Isaia

Fra le comunicazioni mortuarie che annunciano il trapasso di umani, affisse alla bacheca di una chiesa nel centro storico di Salerno, è visibile un manifesto listato a lutto e adorno di foto. Si annuncia il seppellimento di “Nefertiti, una graziosa cagnetta dal pelo corvino e gli occhi vispi di appena sette anni, avvenuto il 22 agosto scorso nel cimitero per gli animali “Il riposo di Snoopy”. “Mamma Rosa e la sua famiglia” le promettono amore eterno (“resterai per sempre nei nostri cuori”) e le augurano un’eternità celeste in giocosa compagnia di Lady “a giocare sul ponte dell’Arcobaleno”. Una locuzione conclusiva in grassetto sottolineato ricorda agli umani che gli animali sono creature donateci da Dio e li esorta a custodirli e amarli: “Gli animali non li abbandonate, amateli, sono un dono di Dio”.

Che il patriarca biblico Noé avesse ricevuto da Dio e ossequiosamente attuato il comando di riservare ai quadrupedi domestici profondo rispetto e premurosa cura c’è noto dalle sacre scritture: “Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca”. Anche il passante più distratto, attirato dall’inusuale annuncio funebre, si sarà domandato: “Esiste un al di là per gli animali? Si può procedere alla tumulazione, alla costruzione di un sepolcro, all’elevazione di una preghiera di suffragio per una cagnetta, cui è stato imposto il nome della bellissima regina egiziana, sposa del faraone Akhenaton? Qual è il destino post mortem degli animali?”.
San Paolo VI affermò “un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo”. San Giovanni Paolo II aggiunse che “negli animali c’è qualcosa di molto simile al soffio divino vitale”. Nei testi sacri dell’Induismo si narra di un eroe che accetta di entrare in paradiso solo se il suo cane potrà seguirlo. Nell’Odissea il cane di Ulisse, Argo, attende il padrone per morire. Anche i santi hanno avuto buoni rapporti con gli amici a quattro zampe: si ricordi il cane di san Rocco, che provvedeva al padrone malato; oppure Francesco di Assisi che ammansisce il lupo di Gubbio; Antonio da Padova che predica ai pesci; il cane lupo che aiutava san Giovanni Bosco nei pericoli. Dio, nell’Antico Testamento, mostra spesso di amare la vita e gli animali.

Canta il Salmo 36: “Signore, la tua grazia è nel cielo : uomini e bestie tu salvi, Signore. E Gioele scrive: “Non temete, animali della campagna, perché i pascoli del deserto hanno germogliato”. Nel Qoélet si afferma che “la sorte degli uomini e quella degli animali è la stessa; c’è un solo soffio vitale per tutti”. L’orientamento cattolico raccomanda una speciale sensibilità verso gli animali, quale segno della maggiore e doverosa attenzione a tutto il creato. Lo ha fatto recentemente Papa Francesco, scrivendo la “Laudato si’”.
Come valutare questo affetto per gli animali, come quello espresso dal caso che dà spunto a questo articolo? Mi sembra si possa fare una duplice considerazione. Da una parte, ciò può aiutare a pensare meglio gli uomini socialmente ultimi (malati, poveri, senza patria, senza dignità); le loro persone come o più degli animali hanno un valore sacrosanto. Dall’altra, questa tenerezza e affetto per gli animali, espressa nel manifesto, evoca la “visione/sogno” del profeta Isaia, che in un mondo futuribile auspica: “il lupo dimorerà insieme all’agnello il leone si ciberà di paglia come il bue il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi”.