Il racket dell’elemosina Due euro per un pasto 

Dai campi rom dell’Agro alle nostre città: così sfruttano bimbi e profughi Il prezzo per la “seduta” è 15 euro, dodici ore in strada e l’incasso al capoclan

SALERNO. Il furgone di Cornel Comaniciu partiva dalla provincia romena di Covasna. Caricava a bordo uomini e donne reclutati tra famiglie che la miseria aveva ridotto alla disperazione e scendeva verso l’Italia, raggiungendo in Campania alcuni nuclei nomadi a Caserta, Salerno, Pagani, Nocera Inferiore. È da quest’ultimo campo rom, alle spalle dello stadio San Francesco, che ha preso avvio l’inchiesta giudiziaria che consente di ricostruire il racket dell’elemosina e che pochi giorni fa è sfociata nella condanna di cinque romeni per il reato di tratta di persone. Comanciu era uno di loro, l’autista a cui i vertici del sodalizio anticipavano tutto o parte del prezzo del viaggio per poi farselo restituire dai connazionali un tanto al giorno, attingendo ai proventi della questua e alimentando un debito che non finiva mai. Saldare il costo del trasporto, infatti, non bastava. Gli inquirenti hanno appurato che ai gestori della tratta i mendicanti dovevano pagare anche il corrispettivo della “seduta”: tra i 10 e 15 euro al giorno, per potersi posizionare nei punti che l’organizzazione aveva individuato come più remunerativi e che era riuscita a monopolizzare.
Gli appostamenti dei carabinieri hanno censito incroci, chiese, supermercati, gli ingressi dell’ospedale e quelli del cimitero. Si iniziava prima delle 8 di mattina, quando il cancello che delimitava l’agglomerato di baracche si apriva per lasciare uscire la pattuglia di questuanti. Alle 8 dovevano essere già in postazione e, tranne che per le prime volte, raggiungevano il luogo designato quasi sempre da soli, senza che fosse necessario accompagnarli. Chi gestiva il campo li aspettava per l’orario di ritorno, previsto tra le 19 e le 20, si faceva consegnare i dieci euro della seduta e garantiva in cambio un giaciglio per dormire e un pasto caldo. Poi prendeva un quaderno e segnava accanto a ogni nome quanto era stato dato, oltre ai dieci euro, per abbattere il debito iniziale costituito dal viaggio. Quello che rimaneva nelle tasche di chi per una giornata intera aveva teso la mano ai passanti era ben poco. Le indagini lo hanno quantificato in 2 o 3 euro al giorno, con i quali si cercava di mandare periodicamente qualcosa ai familiari rimasti in Romania. Le somme che i controllori del campo rom inviavano al vertice dell’organizzazione (individuati in Zoltan Kozak e nella moglie Viola) ammontavano invece a svariate centinaia di euro e seguivano la strada dei money transfert. I carabinieri hanno ritrovato una ricevuta stracciata della Money Gram, l’hanno ricomposta e hanno poi contattato l’agenzia londinese ricostruendo, dal gennaio al novembre del 2015, un flusso di 3.995 euro che dal campo nomadi di Nocera Erzsebet Kozak aveva inviato ai genitori Zoltan e Viola. A loro faceva capo, secondo i giudici della Corte d’Assise, un traffico di esseri umani che dal 2014 aveva fatto avvicendare nel villaggio accanto al “San Francesco” decine di romeni scelti tra i più poveri, spesso analfabeti e non di rado con handicap fisici che si riteneva aumentassero le potenzialità di guadagno. Nei vari accessi al campo rom i carabinieri ne hanno trovati tra i 25 e i trenta, uomini e donne. I più giovani avevano appena 18 anni, ma si sospetta che altri, bambini e adolescenti, siano stati nascosti all’arrivo delle pattuglie. Di certo si sa che ad ogni trasporto il furgone di Cornel Comaniciu poteva portare sette persone e che i viaggi si susseguivano con cadenza settimanale.
L’automezzo partiva carico anche al ritorno, riportando a casa chi non ne poteva più della vita su strada e chi, almeno per qualche giorno, voleva riabbracciare la famiglia. Ma per rientrare in patria c’era una condizione: il debito del viaggio doveva essere saldato. Lo chiarisce una telefonata tra Mihaly Matyas (genero di Zoltan Kozak) e l’autista Comaniciu: «Ho parlato con mio suocero – dice Matyas – e mi ha detto che questi che vogliono partire la prossima settimana con te, tu non li devi portare, devi trovare una scusa per non portarli ancora. Hanno debiti verso mio suocero e lui ha detto che non devono partire prima di pagare». Il conto di quel debito era affidato a un doppio quaderno: uno lo temeva il singolo mendicante, l’altro (con la contabilità complessiva) era nelle mani di figli e genero del “capo”. Non è mai stato trovato, ma se ne ha traccia nelle intercettazioni ed è uno dei perni attorno a cui ruotava la gestione del campo. «Quegli uomini venuti in Italia per migliorare la loro vita – sottolinea l’ordinanza del Tribunale del Riesame – erano divenuti invece strumenti del profitto del sodalizio».
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