IL COMMENTO

Il fitto in nero ai predoni della miseria

Ed ora non dite al ministro dell’Interno che un immigrato, morto d’infarto a 37 anni, viveva in un garage-b& b della povertà. Potrebbe fare un twitter non per esprimere il suo cordoglio ma perché, da qui a qualche ora, la morte potrebbe far “scoprire” un covo di presunti irregolari dopo “una brillante operazione di polizia”.

E che il ministro celebrerebbe pensando «prima agli italiani». In quel garage del Corso dieci immigrati cingalesi, da ieri nove, vivono in pochi metri quadrati, dieci letti a castello assediati da quei bustoni che contengono la merce dei loro mercatini. Un garage fittato come abitazione, i povericristi che debbono pagare la pigione anche a nero a proprietari predoni della miseria. Non è l’unico bad and brekfast della miseria in pieno centro. Ci sono altri garage, altri locali a livello strada in piena City, tuguri nel centro storico, dove fittano posti letto a diversi immigrati che sono costretti a pagare a nero. Nessuno vede, proprio nessuno. Nel novembre del 1953 quando Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, si scontrò con il Governo per salvare gli operai della Nuova Pignone entrò in conflitto con il suo amico carissimo Amintore Fanfani. E gli scrisse: «Tu come ministro dell'Interno non mi incuti nessuna paura, e non mi susciti neanche (perdona) speciale rispetto: l'autorità appare ai miei occhi solo come tutrice dell'oppresso contro il potente». Da ieri pomeriggio, a Salerno, si sa che in città ci sono nove cingalesi che vivono in un garage della City. Per cortesia, che questa notizia non diventi una indiretta delazione per colpire chi è già vittima. Si colpiscano i predoni dei fitti in nero che speculano sulla miseria di questi povericristi. Perché l’autorità riconsegni, se ancora ne ha, dignità all’oppresso.