L'INTERVENTO

Il Diritto “smaterializzato” nel nome dell’emergenza

La smaterializzazione del processo penale è il colpo di grazia alle garanzie, già in affanno. Oralità e immediatezza saranno un ricordo. La conseguenza è drammatica. Per l’imputato di confrontarsi col proprio accusatore e con il giudice. Per il difensore di esercitare la resistenza probatoria. La situazione di emergenza impone eccezioni, non il viatico per rinunciare alla fisicità del processo penale. Con il processo penale da remoto si è rinunciato ad ogni sforzo per alternative allo svolgimento dei dibattimenti dal computer. Eppure, non richiede fatica il programmare la fissazione delle udienze, con orari certi e prenotazioni; pretendere l’uso dei dispositivi di protezione; garantire per il pubblico lo streaming del dibattimento; consentire il deposito degli atti difensivi e il recupero delle copie degli atti mediante posta certificata. Per non parlare dell’attività della polizia giudiziaria e del pubblico ministero. Si pensi all’esempio della convalida dell’arresto in cui la persona arrestata deve essere davanti al suo giudice per evitare lo stato di assoggettamento o condizionamento dovuto allo stretto contatto con chi ha eseguito l’arresto.

Ciò può assicurarsi da una caserma? La formazione dialettica della prova trova il terreno naturale di sviluppo nell’esame incrociato degli agenti di polizia giudiziaria, dei testimoni e degli esperti tecnici come unico strumento di legittimità al convincimento del giudice, con i suoi ritmi serrati, gli sguardi, le incertezze, le emozioni dei protagonisti. Altro è simulacro. Distopia giudiziaria. Capriccio di imperio! Il taglio di un folle chirurgo del legame antichissimo delle ragioni del garantismo con l’illuminismo del diritto. Di cosa è simulacro? Del principio moderno secondo cui l’accertamento delle responsabilità penali debbano svolgersi alla luce del sole, sotto il controllo dell’opinione pubblica, dell’imputato e del suo difensore. Della tradizione insita nei diritti dell’homo democraticus. Della cultura civica de La relation à l’autre.

Della riflessione nata dalla società postindustriale che suggerisce, per la tutela dei valori liberali dell’eguaglianza e della condanna delle discriminazioni, la guarantigia della centralità dell’individuo. Per comprendere, è necessario sequenziare il dna di questo tratto annichilente il Giusto Processo. Il naso di Cleopatra cambiò il corso della storia (chissà, forse un po’ è vero: i bei nasini possono tanto) e così il caso si approfittò degli uomini; il pretesto dell’emergenza sanitaria può invertire la storia secolare di emancipazione dall’oscurantismo dell’Inquisizione? Allora, il dna: il garantismo è in odio, sbarazziamocene. Così però salta la giurisdizione democratica che ne giustifica l’indipendenza in uno Stato di diritto; l’altra faccia della costituzionalizzazione delle libertà contro l’assolutismo. La burla di Rabelais che racconta della mentalità pecoresca del folle è attuale: non esitò a sacrificare se stesso e i suoi beni il folle che aveva in odio colui che gli gridò la verità dei propri diritti. Ebbene, il difensore in aula al cospetto del giudice si alza in piedi, non per riverenza, ma per esercitare la funzione con la solennità della sua parola portatrice della garanzia. Da casa, e magari in tuta, sarà possibile? Attenzione a seguire il folle. In un quadro di van Gogh il pittore è in un campo di grano. Pare non abbia via d’uscita. Eppure cammina nella direzione che ha scelto.

La nostra strada, anche quando il sentiero è cancellato, è fatta dai nostri passi, dal sapere dove si vuole andare. Alla riforma del processo da remoto rispondiamo che “remotamente” già qualcuno, parlando dei Delitti e delle Pene, scrisse che nel processo si gioca la partita della difesa dei diritti dell’individuo nel contemperamento con la trasparenza che dà solo l’occhio pubblico. Questa è la strada dei nostri passi.