L'INTERVENTO

I diritti non sono “numeri”

Una nuova stagione per il Sud

I diritti non sono numeri. È questa la “lezione” essenziale che viene dalle imponenti manifestazioni promosse dai Sindaci del Vallo di Diano e del Golfo di Policastro con la mobilitazione di cittadini, giovani, studenti, associazioni, con in testa tante donne, contro la minacciata chiusura dei presidi ginecologici di Polla e di Sapri. Ancora. Questo forte momento di “risveglio civile” e di tensione sociale squarcia finalmente il lacerante silenzio che ha soffocato e devitalizzato il Sud e la “Questione Meridionale”. Giornali e tv hanno informato l’Italia, l’Europa, il mondo. Tutto partendo da un problema reale e scottante del territorio. Già i governi di centrodestra e centrosinistra hanno “azzerato” in tante parti del Sud, tribunali, uffici postali, sedi scolastiche. È ora di finirla con le statistiche che “cancellano” diritti e peggiorano condizioni e qualità della vita nelle aree interne del Meridione. La lotta per affermare il sacrosanto diritto delle famiglie e delle donne di mettere al mondo i figli nei territori dove vivono, propone con forza le “ragioni” dei territori e evidenzia contenuti sociali, economici e politici di stringente attualità. Finalmente qualcosa si muove dentro e fuori il Mezzogiorno. Non è senza significato che la stessa parola d’ordine del prossimo Congresso nazionale di LEGAUTONOMIE sia “Legati al territorio, ripartire dai Comuni” e nemmeno casuale è che il contributo dei Sindaci della Campania sia espresso nel documento “Ripartire dal Mezzogiorno per rilanciare il Sistema Italia” che sarà presentato ai delegati. Si tratta di nuove “missioni”, di nuove “sfide” per tutti. Dalla “lezione” emergono tre punti fondamentali. Primo. Che i diritti non sono “numeri”. I diritti fondativi della comunità nazionale, pilastri della Costituzione, sono intangibili. I diritti, di uguaglianza e di pari dignità tra i cittadini, non sono stati scritti sui e con i “numeri”. I diritti prescindono dalle statistiche. I cittadini meridionali non sono di serie B. Hanno diritto alla stessa qualità e livello di assistenza, soprattutto sanitaria, erogata dalle Alpi a Capo Spartivento, da Bolzano a Napoli, nel Cilento o nel Fortore. Anzi. Più arretrato è un pezzo d’Italia, più compiuta e sensibile dovrebbe essere la risposta dello Stato ai bisogni e ai diritti dei cittadini. A partire dal diritto di nascere e poi di vivere e lavorare senza affrontare disagi enormi. Secondo. Urge rilanciare con assoluta priorità il ruolo dei territori e il protagonismo dei Comuni. È tempo di mettere in campo politiche nazionali e regionali che puntino ad intersecare progettualità e risorse nazionali, regionali e fondi Ue per uno sviluppo sostenibile partendo dalle grandi potenzialità dei territori. È tempo anche di rivedere strategicamente funzioni e possibilità di governo locale incisivo dei Comuni, sottoposti in questi lunghi anni a dure penalizzazioni che ne hanno svuotato ruolo e possibilità di incidere positivamente nel tessuto socio-economico locale. Per i servizi, per il welfare, per l’occupazione. I Comuni sono stati per decenni, e sono ancora, il “bancomat” dei governi. Tutti: di centrodestra e di centrosinistra. Sono stati congelati nella impossibilità di impegnare risorse per investimenti e per servizi di qualità a danno delle comunità locali. Le grandi città, anche in presenza di eventi drammatici, hanno voce, peso e rappresentanza politica. Per esse governo e Parlamento trovano sempre e comunque le soluzioni. I Comuni, soprattutto medi e piccoli, sono stati, nei fatti, compressi e svuotati di risorse. È necessario e urgente cambiare fase. Terzo. Ripartire dal Mezzogiorno. Negli ultimi venti anni il Sud è stato cancellato dal dibattito culturale, dal confronto politico e dalle politiche dei governi, di centrodestra e di centrosinistra. Una ragione di fondo c’è. Non è solo una conseguenza della crisi europea che ha avuto in Italia e soprattutto nel Sud, il lacerante epicentro economico e sociale. Da anni l’intervento dello Stato verso il Sud è stato dismesso. Le risorse dell’Europa sono state sostitutive e male e poco utilizzate dagli stessi governi delle regioni meridionali. In Campania si sta cercando di recuperare ma non basta. Se questo si è verificato fino all’insorgere e consolidarsi di una antistorica e pericolosa, perché divisiva, “questione settentrionale”, è per responsabilità primaria e ineludibile della “sinistra” culturale, politica e sindacale del nostro Paese. Il grande problema dello sviluppo dei territori meridionali e, dunque, delle economie marginali non è mai stato, in ogni epoca, un problema della destra nelle diverse declinazioni. La rinuncia alla battaglia culturale e politica contro una presunta “questione settentrionale” e la interpretazione negazionista del Mezzogiorno, perno della strategia “leghista”, hanno condotto alla sostanziale dismissione del Mezzogiorno dall’agenda politica- sociale alimentando contrapposizioni territoriali fino all’emergere di un “neo-borbonismo separatista” meridionale. Si tratta del più grave errore politico delle forze riformatrici che hanno, nei fatti, inseguito prima la pastosa subcultura del berlusconismo e poi la strategia leghista sul terreno “separatista”. I risultati sono nei dati dell’ultimo “Rapporto Svimez”. Certo, anche il Mezzogiorno è cambiato e presenta diversità e articolazioni territoriali di notevole valenza. Il punto vero è che i nodi strutturali restano di irrisolta e grave attualità e condizionano prima ancora che il Sud, il “Sistema Paese”. Si declina un diverso spessore qualitativo e strategico della “Questione Meridionale”. Si sostanzia nelle componenti essenziali della qualità e diffusione delle infrastrutture materiali e immateriali; dei livelli dei servizi ai cittadini (sanità, trasporti, scuola); del welfare; di efficienza territoriale; dei livelli di occupazione; delle condizioni di vivibilità e aspettative di vita. Ecco perché il Mezzogiorno è una straordinaria risorsa per il Paese. Ed ecco perché la ripartenza del Treno Italia, se e quando ci sarà, o è dal fondo dello stivale o è un’altra grande occasione perduta.

* Presidente regionale Lega delle Autonomie