IL CASO

Hotel Fuorni, “traffico” dalle celle al mondo


Sequestrati in carcere 23 telefonini e armi: segnalati in sette. Da Salerno partì la rivolta al tempo dell’emergenza Covid

SALERNO - Un numero enorme di cellulari per comunicare con l’esterno e con altri istituti di detenzione, tanti oggetti di uso comune trasformati in arma per difendersi o imporre la propria forza. I ritrovamenti nel carcere di Salerno continuano: nella struttura di via del Tonnazzo, la prima in Italia dove si è registrata una sommossa con l’esplosione dell’emergenza Covid - fatti su cui è stata aperta un’inchiesta dalla Procura - ieri mattina è stato effettuato un maxi controllo da parte della polizia penitenziaria che ha portato alla segnalazione all'autorità giudiziaria di sette detenuti. Oltre 50 agenti, infatti, hanno controllato le celle dei padiglioni della casa circondariale, trovando 12 smartphone, 11 micro-telefonini e una cinquantina di oggetti di uso comune trasformati in arma bianca. L’ennesima scoperta preoccupante in un carcere finito sotto i riflettori lo scorso mese di marzo quando esplosero le tensioni che poi si allargarono in poche ore allargarono alle altre carceri d’Italia: i detenuti contestarono le misure più restrittive prese dal Ministero della Giustizia per contenere l'epidemia, dando vita a un sabato di fortissime tensioni, sedate a fatica dai sorveglianti. Il “messaggio” partito da Salerno prese presto tutt’Italia, facendo registrate sommosse un po’ ovunque. Su questo sta lavorando da tempo la Procura di Salerno, cercando di chiarire i contorni di un caso che ha fatto scalpore. Ma, intanto, Fuorni continua a restare un “grand hotel”, seguendo quell’appellativo assegnato alla struttura già negli anni Novanta quando nelle celle accadeva di tutto: erano in particolare gli uomini di Pasquale Galasso, il boss della Nuova Famiglia, a “mantenere il potere”, circolando liberamente nell’istituto trasformato in una sorta di struttura di lusso dove ricevevano le loro amanti con festini a base di ostriche e champagne.

Le inchieste dell'epoca chiarirono quelle circostanze. Adesso, invece, tocca chiarire i nuovi ritrovamenti della maxi-operazione di ieri. Secondo le prime indagini avviate, infatti, i cellulari sarebbero serviti non solo per comunicare con l’esterno ma anche per mettersi in contato con altri istituti di detenzione. I riscontri, però, non segnalano il desiderio di far scattare una “rivolta congiunta” con altre carceri: gli smartphone, infatti, sarebbero stati utilizzati da alcuni per confrontarsi con altri detenuti per la gestione del territorio fuori dalle sbarre. Poi ci sono i tantissimi oggetti d’uso comune “trasformati” in armi bianche come piccole lame o coltellini: i ritrovamenti lasciano la sensazione di un tentativo di “riorganizzazione” dopo il caos esploso nelle prime giornate dell’emergenza coronavirus, “movimenti” che hanno spinto molti detenuti a creare queste armi per difendersi da eventuali attacchi o provare a imporre la loro forza.

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