IL COMMENTO

Gli uffici diventano l’Inferno di Dante: «Adda venì Baffone»

Vuoi capire gli umori dei cittadini, della gente comune, quello che passa loro per la testa? È opportuno allora frequentare piazze, giardini, sale d’attesa, mezzi di trasporto e uffici pubblici, soprattutto dove si pagano le tasse e regna sovrana la burocrazia. Lì puoi osservare uno spaccato della nostra società, lì lo specchio fedele del suo tessuto sociale. Lì incontri la città reale, che di politica non sa più di tanto, che si diverte però ad insultare e a deridere la politica e i rappresentanti istituzionali. Si capisce che quello che succede e ciò che si ascolta è soprattutto figlio della delusione e della rabbia dei nostri giorni. Almeno così pensi. Per raccontarlo, però, è necessario immergersi e mischiarsi tra la gente, ascoltarne i ragionamenti. È facile. Come? Passare qualche ora nell’Ufficio Tributi del Comune di Salerno in un giorno di ricevimento. Lì, varcato l’ingresso, sulle facce delle persone è stampata la stessa espressione sgomenta di Dante che sulla porta infernale legge: «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate». Già di buon’ora una folla ronzante, sudaticcia e stordita dall’attesa si posiziona e preme contro un cancelletto per raggiungere gli uffici al primo piano. Il pianerottolo ribolle come un girone infernale. Signori e signore d’ogni età, molti gli anziani attempati, alcuni in precarie condizioni di salute, distinti e noti professionisti, silenti ma di cattivo umore, operai e artigiani imbronciati, casalinghe preoccupate e commercianti pensosi, hanno già “preso il numeretto” per poter accedere alle stanze di funzionari garbati e impiegati pazienti, con i quali tocca però discutere le cartelle e le ingiunzioni di pagamento della Tares, della Tosap, dell’Imu e di altre diavolerie da cui i cittadini sono bombardati. Sono tutti, chi più, chi meno, incavolati e intrattabili perché si sentono vittime di un sistema fiscale particolarmente iniquo, oppressi da una caterva di tasse locali ritenute ingiuste e non più sopportabili. Grandinano commenti moralistici e giudizi taglienti sui politici e si sprecano le scomuniche agli amministratori della città, accomunati tutti, senza distinzione, nella “casta”, che ormai nell’opinione comune è considerata per antonomasia il male assoluto, la fonte di tutti i guai del nostro Paese. La parola d’ordine, un po’ ingenua, ma sottilmente minacciosa, è ripetuta come una litania: «Adda venì Grillo!». Questo refrain riecheggia quella di moltissimi anni fa: «Adda venì Baffone!». Che nell’immaginario popolare, giudice vendicatore, avrebbe ristabilito la giustizia sociale e garantito anche ai poveri cristi meno tasse e più felicità. Per nostra fortuna “Baffone”- visto come sono andate le cose - non è mai arrivato. Speriamo che la buona sorte continui ad arriderci e non ci volti neanche stavolta le spalle. Due vigili urbani, operosi ed efficienti, che preferirebbero però volentieri un ingorgo a doppia croce uncinata a gente nervosamente in attesa e ondeggiante sotto gli spintoni degli ultimi arrivi, cercano di “sbrogliare la matassa”. Il quadro lo raffigura e sintetizza un signore, dall’aria trasognante, un po’ in disparte, che sotto voce declama: «Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto che tu vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben dell’intelletto….Quivi sospiri, pianti e alti guai risonan per l’aere sanza stelle… diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di mano con elle facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira».