L'EDITORIALE

Foto di una tragedia per restare umani

Perché nell’era della globalizzazione delle informazioni, quando ogni notizia è in tempo reale, non riusciamo più a vedere il mondo da vicino? E, soprattutto, ad ascoltarlo quando ci parla con una foto tragica di un uomo che ha scelto di morire? C’era bisogno di una fotografia che inducesse a far riaffiorare l’indignazione sul dramma epocale delle migrazioni? E, a farci vedere un mondo che ci è accanto tra impatti emotivi ondivaghi nella città italiana che merita una medaglia d’oro al valor civile per come ha accolto nel suo porto migliaia e migliaia di profughi? Non è stata una decisione facile, per il nostro giornale, pubblicare la foto del corpo di Aziz come tragica icona di un Cristo crocifisso nei giorni di Natale. Il Dio Crocifisso, direbbe il teologo Jurgen Moltmann, è l’anticamera della liberazione dell’uomo dopo aver visto la tragedia. Abbiamo discusso, ci siamo divisi e poi ci siamo detti: «Facciamo vedere la foto, anche se straziante ». Abbiamo rispettato una cadenza professionale. Abbiamo prima raccontato, giovedì scorso, la tragedia di Aziz ed abbiamo fatto il nostro dovere di cronisti pur avendo già tra le mani la foto di Aziz morto, impiccato. Ed abbiamo preferito il racconto senza pubblicare la foto tragica pure in nostro possesso. E solo dopo aver raccontato la tragedia di Aziz, avvenuta al culmine di una vita infelice finita nelle maglie di una sbrindellata giustizia che mostra il volto feroce solo ai deboli, abbiamo deciso di pubblicare la foto. Siamo stati al confine tra la pietà e la compassione, dove tanto puoi incrociare il muro della indifferenza giustificata dalla pietas tanto puoi spingerti a guardare oltre tentando di coinvolgere tutti nella compassione e, per chi crede, nella preghiera. Abbiamo riconsegnato ad Aziz l’ultima dignità che è quella della pietà sconfiggendo l’ipocrisia dei volti bendati. Ma qualcuno ha letto quel che la collega Barbara Cangiano ha scritto testimoniando con l’acutezza del sentimento anche il dramma di giornalisti consapevoli del loro diritto di cronaca, accompagnando così e spiegando le ragioni di una scelta drammatica? C’è chi, per caso, si è indignato dopo aver letto che il povero Aziz ha trascorso due anni e passa della sua vita dietro le sbarre del carcere di Fuorni, tra pochi camorristi e moltissimi profughi extracomunitari? E che a lui la Legge non ha fatto sconto alcuno quando è stato arrestato e spedito in galera, perché non sapevano dove mandarlo, dopo averlo arrestato con l’accusa di aver rubato il portafoglio ad un suo amico connazionale con il quale divideva la stessa casa a Capaccio? E che quel portafoglio era stato anche beffardamente ritrovato? E che Aziz nonostante tutto rimanesse in galera a marcire con il suo sogno di aver lasciato alle spalle miseria, guerra e fame? No, la storia giudiziaria di Aziz non interessa a nessuno e l’induzione dello Stato al suicidio non è materia di dibattito per i sordi ed i non vedenti della società. La foto è destinata a rimanere perchè parla da sola. E parlerà da sola. Non c’è bisogno di parole tranne che di quelle che debbono spiegare ai lettori le ragioni di una scelta sofferta, drammatica. La foto di Aziz non è solo figlia della cultura dello scarto della società, è scartata dagli occhi della società. La foto di Aziz non è sfruttamento cinico del dolore. Rispettiamo le opinioni di chi dissente ma con la stessa forza pretendiamo il rispetto per la nostra scelta drammatica e consapevole. La foto di Aziz urta la coscienza, lo sappiamo bene noi che abbiamo scelto di non pubblicare notizie di suicidi e progressivamente di annullare quei comunicati stampa di forze dell’ordine, di procure, uffici stampa ormai diffusi anche nell’ultima associazione a tutela dell’ordine pubblico, infarciti di nomi e cognomi punteggiati di giovani presi con poche dosi di hashish i cui arresti fanno solo numero per le statistiche della cosiddetta sicurezza. In questa pagina i lettori apprenderanno anche la notizia che a Salerno ci sono altri 50 Aziz dietro le sbarre del carcere di Fuorni. Per effetto del decreto sicurezza debbono essere rimpatriati. Ed ai quali sarà comunicata questa svolta di vita con la stessa modalità utilizzata per Aziz, solo con una telefonata dell’ufficio immigrazione. «Dovete tornare a casa», eccola la comunicazione. Esiste oppure no un problema di dignità umana che travalica la politica inconsistente e la solidarietà intermittente? La foto di Aziz sconfigge i silenzi ma, a questo punto, serve come ultimo allarme e baluardo per restare umani. Perchè restare umani è il vero problema.