IL FATTO

Estorsione e spaccio in carcere a Salerno: arrestati il boss e i suoi “gregari”

Misura cautelare per Albergatore, esponente del clan Gionta, e altri due detenuti per un’aggressione

Violenza, concorso in estorsione, nell’acquisto, detenzione e cessione di sostanza stupefacente all’interno della Casa circondariale di Salerno. Sono queste le accuse rivolte a tre detenuti (Luigi Albergatore, Vincenzo Daddio e Luigi Pastore) a cui è stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Salerno, su richiesta della Procura. Il nome di spicco tra gli arrestati è sicuramente quello di Albergatore, indicato dagli inquirenti come uno dei “capi” del clan Gionta di Torre Annunziata: qualche mese fa il 30enne tentò di tagliare l’orecchio a un altro detenuto di Scafati. Gli agenti intervennero e bloccarono l’uomo, mentre il ferito finì in ospedale. E sempre qualche tempo fa a finire nei guai era stata la sorella del boss, che aveva tentato di introdurre in carcere un cellulare, nascondendolo nelle parti intime.
Gli indagati, ora reclusi nei penitenziari di Salerno e Trento (provvedimento scattato all’indomani di rissa per la quale furono disposti i trasferimenti direttamente dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Francesco Basentini) devono rispondere di una violenta aggressione ai danni di un altro detenuto avvenuta nel carcere salernitano. Le indagini sono state condotte dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria-articolazione regionale di Napoli.
A dare il là all’inchiesta il continuo ritrovamento di sostanze stupefacenti all’interno delle celle ma, soprattutto, la rissa, per fortuna solo sfiorata, tra detenuti d’origine salernitana e napoletana, e il violento pestaggio di un detenuto. Nel trambusto restò ferita anche la direttrice del carcere, Rita Romano, si frappose tra le opposte fazioni, rimanendo leggermente contusa ad un polso tanto da dover ricorrere alle cure dei sanitari.
Ad essere coinvolti nel grave episodio furono all’incirca 60 persone che si affrontarono senza mai, però, riuscire ad arrivare a contatto. Tra i due gruppi rivali si frappose il cordone degli agenti di polizia penitenziaria, con in testa il direttore Romano, che divisero i contendenti.
Tra i reclusi di origine salernitana e napoletana, comunque, da tempo i rapporti non sono idilliaci. Entrambi i gruppi, infatti, si contendono la supremazia e il controllo delle attività illecite all’interno del penitenziario cittadino. E già in passato si è sfiorata la rissa, mentre non sono mancati pestaggi a singoli detenuti, appartenenti all’una o all’altra fazione. Insomma un clima di violenza per rivendicare la leadership che, in concreto, significa gestire il traffico di sostanze stupefacenti e di schede sim. All’interno della struttura carceraria uno dei principali affari è proprio lo spaccio di droga e di mini telefoni cellulari. Che vengono introdotti in vari modi, compreso attraverso droni che rilasciano il carico nel campo di calcio, oppure nascosti nelle parti intime dei visitatori. Hashish e sim card, poi, vengono rivenduti ai detenuti che ne fanno richiesta e la compravendita, poiché in carcere non può circolare contante, avviene con beni di prima necessità, come sigarette o generi alimentari.
A quanto pare, poi, le stecche di sigarette ottenute come contropartita vengono fatte uscire dall’istituto di pena, per essere rivendute all’esterno. Un mercato fiorente, insomma, che è sotto la lente d’ingrandimento della magistratura. «Da tempo – evidenzia il segretario regionale della Uilpa polizia penitenziaria Daniele Giacomaniello - la circondariale di Salerno vive una situazione operativa e gestionale decisamente complicata, ma l’operato dei nostri uomini, è stata la dimostrazione oggettiva di un’attività di prevenzione capace di fermare episodi di illegalità. La competenza e l’alto profilo professionale del Nic di Napoli, ha fatto sì, che giungesse al termine un’operazione di questa portata».
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