Ergastolo per Adinolfi “’a scamarda”

La condanna inflitta dalla Corte d’Assise per il delitto dell’imprenditore Salvatore Vaccaro sulla Nazionale ad Angri

ANGRI. Ergastolo nel processo bis per Umberto Adinolfi, accusato dell’omicidio dell’imprenditore Salvatore Vaccaro. I giudici della Corte d’Assise hanno pronunciato la sentenza di primo grado ieri pomeriggio, dopo una lunga camera di consiglio, accogliendo la requisitoria pronunciata dal pm Maurizio Cardea. Il dibattimento per l’omicidio Vaccaro era ricominciato a carico di Umberto Adinolfi, boss marzanese ribattezzato ‘a scamarda, con l’accusa di essere il mandante del delitto eseguito da un commando sulla Nazionale di Angri nel novembre 2004. Per i giudici dell’Assise il boss di San Marzano, denunciato e fatto arrestare per un’estorsione dall’imprenditore, è il mandante del delitto avvenuto il 4 novembre del 2004 tra Angri e S. Egidio.

Il processo era stato annullato dalla Cassazione per un vizio formale legato all’estradizione dalla Spagna di Adinolfi, con l’accusa sostenuta in aula dal pm antimafia Maurizio Cardea. Iannaco è l’unico imputato già condannato in virtù della sua stessa confessione. Iannaco, boss di Sant’Egidio, alias “o zi’ maisto” aveva intessuto un solido asse col marzanese, costituendo un’alleanza per la droga e per le estorsioni. I rapporti Iannaco-Adinolfi sono stati ricostruiti dal collaboratore di giustizia Pietro Selvino, capocosca angrese impegnato nel progetto di un superclan, pronto a rivelare i diversi legami degli altri gruppi criminali dell’Agro nocerino.

La linea della difesa contestava il riscontro all’impianto accusatorio che aveva indicato Adinolfi nel ruolo di mandante dell’agguato, sostenendo inoltre l’illegittimità dell'estensione dell'estradizione al processo istruito davanti ai giudici della Corted'Assise. Per questo delitto era stato assolto uno dei presunti esecutori materiali, Giuseppe Bombardino, con i soli due condannati, Luigi Iannaco, prima reo confesso e poi pronto a ritrattare, e Vincenzo Nappo, per favoreggiamento. Nappo consegnò personalmente a Vaccaro una lettera di Adinolfi che non lasciava dubbi sui rischi che correva l’imprenditore, “attenzionato” dal boss di San Marzano. Vaccaro, ’a miliarda, fu inseguito e ucciso nei pressi del mercato ortofrutticolo di Sant’Egidio del Monte Albino, mentre era a bordo delsuo maggiolone Volkswagen. Fu affiancato dai killer in sella a una moto e trucidato con sette bossoli esplosi da due pistole. Sulla moto c’erano Iannaco e un complice, con l’ex pentito di Sant’Egidio a riferire sul ruolo di Bombardino, prima di rimangiarsi tutto. Movente dell’omicidio sarebbe stata la tangente per un albergo che Vaccaro stava costruendo ad Angri per il quale Adinolfi imponeva un dazio di 50 milioni di lire. Vaccaro era a rischio perchè aveva già denunciato Adinolfi per estorsione, con la vendetta programmata dopo l’assoluzione da quell’accusa. Iannaco aiutò il suo sodale di San Marzano.

A nulla è valso l’alibi sostenuto da Adinolfi, uno scontrino fiscale per provare la sua presenza in un negozio di attrezzi agricoli. Nel vecchio processo non era servito, esattamente come in questo primo grado bis: per la Corte d’Assise, di nuovo, Vaccaro fu mandante di quella batteria omicida.

Alfonso T.Guerritore

©RIPRODUZIONE RISERVATA