L'OPINIONE

Ergastolo e diritti violati, ringraziamo Strasburgo

Già fermamente contestato da ampi settori della dottrina e dall’avvocatura penale, l’ergastolo ostativo ha meritato all’Italia una nuova condanna da parte della Corte Edu. Il limite invalicabile, che, viceversa, l’Europa ha ritenuto violato, è quello dell’art. 3 della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, il quale pone al centro del sistema delle garanzie del processo la dignità della persona, ritenendo inscindibile il legame tra umanità della pena e risocializzazione del condannato. Il principio è in sintesi il seguente: l’ergastolo ostativo restringe eccessivamente la prospettiva di liberazione del condannato e la possibilità di riesame della pena stessa, sul presupposto che costui qualsiasi cosa faccia in carcere, per quanto eccezionali siano i suoi progressi per correggersi, la detenzione rimane immutabile e non soggetta a controllo. Si rompe così il nesso tra principio di umanità e l’idea di risocializzazione nella quale gioca un ruolo fondamentale la intangibile dignità della persona umana. La scelta del legislatore italiano - censurata dalla Corte europea - fonda, dunque erroneamente, sulla considerazione a tenore della quale il sistema offre comunque una prospettiva concreta all’ergastolano, permettendo che questi possa accedere ai benefici penitenziari, esclusivamente allorquando la collaborazione sia impossibile o inesigibile, oppure, appunto, una volta che si sia offerto un contributo di efficace collaborazione. È proprio questa impostazione che ha trovato la sua critica in Europa, dove, evidentemente, si ha una concezione dei diritti più liberale e più aderente, da un lato, alle motivazioni intime e psicologiche del condannato, dall’altro, ad una realtà oggettiva ed ambientale che non ammette di assegnare un marchio che possa essere cancellato con metodi e comportamenti diversi dalla scelta di collaborare con la giustizia. La Corte, infatti, si spinge a sostenere, in maniera del tutto condivisibile, che la mancanza di collaborazione talvolta può essere il frutto di una scelta non libera e non volontaria, come ad esempio accade nel caso in cui si temano reazioni violente da parte dell’associazione criminale di appartenenza; né questo può indurre ad arbitrari automatismi consistenti nell’affermare la persistenza dell’adesione i valori criminali. Il comportamento del soggetto sottoposto a detenzione, dunque, non può essere mandato esente dall’osservazione del percorso di risocializzazione, atteso che - afferma ancora significativamente la Cortenon è escluso che la dissociazione con l’ambiente mafioso possa esprimersi in modo diverso dalla detta tradizionale collaborazione. In definitiva, ancora una volta dobbiamo riconoscenza ai giudici di Strasburgo. Ancora una volta, l’Italia fa una brutta figura circa la sua concezione dei diritti e delle garanzie con riferimento all’impatto di esse sulle persone, la loro identità e il loro patrimonio di mezzi e risorse per avere un’altra possibilità di essere diverse. Ancora una volta, una brutta figura perché il diritto penale non è forza e autorità, ma strumento liberale di tutela delle libertà democratiche, e tra queste impedire la recidiva, difendendo la società attraverso la presa in carico effettiva della prospettiva solidaristica della risocializzazione.