Lucio Di Pietro

LA SCOMPARSA

Di Pietro, addio al pm di ferro da Tortora a Why Not

Si è spento l’ex procuratore generale della Corte d’Appello

Il suo ultimo incarico, prima di andare in pensione nel dicembre del 2015, fu proprio a Salerno, dove ricoprì il ruolo di Procuratore generale presso la Corte d’Appello. Lucio Di Pietro , 75 anni, è morto ieri all’Ospedale del Mare a Napoli. Lascia la moglie e i figli Amedeo e Francesco, entrambi avvocati. Una carriera lunga 48 anni, quella del noto magistrato napoletano, durante la quale ha ricoperto delicati incarichi e affrontato inchieste altrettanto scottanti: dal cosiddetto “caso Tortora” al procedimento “Why Not”, la guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro scatenata dopo le denunce presentate dall’ex magistrato e oggi sindaco di Napoli, De Magistris . Nel 1973, dopo l’iniziale attività alla Procura di Ferrara, Di Pietro mise piede a Castelcapuano, nel pieno degli anni di piombo della lotta al terrorismo. Fu subito designato a seguire i fascicoli legati ai Nap, con le relative indagini e poi i processi. Poi arrivarono le indagini sulla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e sulla Nuova Famiglia di Carmine Alfieri : due clan che si erano dichiarati guerra, con centinaia di morti ammazzati. Il momento più cruento la strage avvenuta all’interno del carcere di Poggioreale in 23 novembre del 1980. All’indagine sulla Nco Di Pietro lavorò insieme al collega Felice Di Persia . Era già iniziata la stagione dei “pentiti”: il più famoso Pasquale Barra , feroce killer cutoliano. Fu quello il filone che portò all’arresto di Enzo Tortora . Un coinvolgimento, quello del famoso presentatore televisivo, che, alla fine, si rivelò un clamoroso errore giudiziario. Al giornalista Gigi Di Fiore de’ Il Mattino , in una lunga intervista rilasciata pochi giorni dopo la sua uscita dalla magistratura, Di Pietro affermò: «Con gli elementi a nostra disposizione, non potevamo fare altrimenti. L’arresto era obbligatorio, non esistevano i domiciliari. C’erano, in quel momento, altri elementi d’accusa. Vanno sempre rispettati sentenze e processi. Da pm, ho solo fatto il mio lavoro in onestà e buona fede». Di Pietro fu anche sottoposto ad “indagine” dal Csm per quanto era accaduto. Per lui, alla fine, ci fu l’assoluzione piena: quell’inchiesta, dirà poi a Di Fiore «fu importante nella lotta alla camorra, in anni di tremenda emergenza criminale. Ottenemmo 434 condanne definitive e molti degli assolti furono poi uccisi. La Nco fu azzerata. Dissero che avevamo coinvolto Tortora per occultare il caso Cirillo , senza far caso alle date non coincidenti delle due vicende». Passano gli anni e Di Pietro è il primo coordinatore della Dda di Napoli. Con lui Roberti , Cafiero , Gay , D’Alterio , Greco . E il nuovo fronte investigativo, quello della lotta ai Casalesi: fu lui a raccogliere le prime confessioni da pentito di Carmine Schiavone . Poi il caso “Why Not”, con la guerra tra i magistrati di Salerno e Catanzaro: «Fui convocato dal procuratore generale della Cassazione- racconta - ci misi due giorni convocando i capi dei due uffici e trovai il modo di sbloccare i sequestri incrociati tra le Procure». L’ultima “fatica” giudiziaria prima della pensione.

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