Delitto Vassallo, è caccia al mandante

Il figlio Antonio accusa carabinieri e Pd: «Lo hanno lasciato solo, il maresciallo di Pollica faceva la bella statuina»

POLLICA. Il collaboratore di giustizia è ritenuto attendibile. I riscontri alle sue dichiarazioni sono stati in buona parte già fatti. Per la Procura di Salerno ci sono pochi dubbi che a uccidere Angelo Vassallo, il 5 settembre di due anni fa, sia stato il 29enne salernitano Bruno Humberto Damiani, soprannominato il “brasiliano” per le origini sudamericane. Anche se la certezza potrà arrivare solo da ulteriori verifiche e, magari, dai risultati degli esami del dna disposti a ottobre, e conclusi pochi giorni fa, su tutti coloro che sono stati sul luogo del delitto. Ma se l’assassino potrebbe già avere un volto, le indagini della Direzione distrettuale antimafia sono ora finalizzate a individuare eventuali mandanti, a capire cioè se l’omicidio sia stato il gesto di rabbia di un “cane sciolto” o se invece qualcuno lo abbia commissionato, per togliere di mezzo un sindaco scomodo che stava lottando in prima persona per arginare la diffusione della droga sul suo territorio. Così gli accertamenti si rivolgono a quegli incontri a Secondigliano, ma anche ad Agnone e a Salerno, che Damiani ebbe con due trafficanti di stupefacenti proprio nei giorni precedenti e successivi al delitto, prima di volare in Sudamerica dove è tuttora latitante. E accendono i riflettori anche sul ruolo di due albergatori di Acciaroli, che parteciparono a quelle riunioni e che potrebbero aver deciso di finanziare con lo spaccio le proprie attività commerciali, proponendosi come referenti della rete napoletana. Non si escludono neanche collegamenti con gruppi malavitosi di Salerno, e d’altronde è proprio in questi ambienti di Pastena e Mariconda che i familiari del collaboratore di giustizia hanno ascoltato le vanterie di un parente stretto di Damiani, secondo cui a sparare al sindaco di Pollica sarebbe stato il “brasiliano”, «per questioni personali» che gli investigatori ritengono legate allo spaccio e all’attività di contrasto messa in piedi da Vassallo, che pochi giorni prima di morire aveva affrontato a muso duro alcuni pusher. Era stato lui stesso, parlando con alcuni amici, a sottolineare la diffusione del fenomeno e a lamentare di dover fare da solo, nonostante le segnalazioni ai carabinieri. Circostanza ribadita ieri dal figlio Antonio, in occasione della “Giornata della legalità” a Padula, in un accorato j’accuse contro chi avrebbe potuto dare protezione e non lo ha fatto: «Noi a Pollica, quando mio padre è stato ucciso, avevamo i carabinieri ed avevamo un maresciallo che faceva la bella statuina e andava in giro per il paese a fare il donnaiolo» ha affermato. E sul banco degli imputati ha messo anche il Partito Democratico: «Il Pd ha lasciato solo mio padre, lo ha scaricato. Tutti sapevano che da tempo riceveva minacce, ma nessuno ha mosso un dito». Ora si augura che l’inchiesta sia arrivata davvero a una svolta, dopo «la rabbia e i dubbi perché questa persona, due giorni dopo il delitto, è stata lasciata partire per l’altra parte del mondo».

«Spero – ha dichiarato – che al più presto la verità venga a galla e sia fatta giustizia». E ha concluso assicurando che il lavoro iniziato da Angelo Vassallo non si fermerà e che anzi entro il prossimo anno il progetto del porto, che tanto gli stava a cuore, sarà terminato. «Mio padre – ha detto in chiusura del suo intervento nell’aula consiliare di Padula – non è un eroe, ma una persona che ha trascurato le cose belle della vita per amore del suo paese e che ha perso la vita per fare il suo dovere».

(ha collaborato

Erminio Cioffi)

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