L'EDITORIALE

Covid e vaccino, la "maschera" di De Luca

La novella di Luigi Pirandello, “La Patente”, sembra calzare a pennello con l’ultima trovata del governatore

“Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!”. È disperato Rosario Chiàrchiaro: licenziato dal suo datore di lavoro perché ritenuto uno jettatore e costretto a vivere di stenti; in paese tutti lo evitano, nessuno vuole sposare le sue figlie.

Quando però un mattino, per strada, due ragazzini gli fanno le corna in segno di scongiuro, ha un’illuminazione: denunciarli per diffamazione. E chiede al giudice di chiamare in tribunale gli imputati non per vederli condannare (il querelante sa bene che, a rigor di logica e di Diritto, questo non potrebbe mai avvenire); ma piuttosto per vedersi riconoscere dalla Giustizia, con l’assoluzione dei rei, la sua fama di jettatore. E lucrarci sopra, abbandonando gli stenti a cui era costretto per l’ingiusta fama che lo inseguiva (doveva essere ritenuto da tutti uno “jettatore patentato dal regio tribunale”, chiedeva al giudice D’Andrea, magistrato sensibile e scrupoloso, che lo aveva convocato per fargli ritirare la denuncia convinto com’era che il processo avrebbe ancor di più esposto quel singolare signore al pubblico ludibrio). Il poveruomo, infatti, era certo che le persone, per evitare le sue maledizioni e tenerlo alla larga, sarebbero state ben liete di pagargli una tassa anti-jella. La superstizione e l’ignoranza - la maschera che gli era stata imposta dai suoi compaesani - potevano diventare così per Chiàrchiaro un “capitale”. Come si chiuse la storia? Il giudice si rifiutò di istruire il processo ma, in quell’attimo, un colpo di vento fece cadere la gabbia dove c’era un cardellino, ricordo della defunta mamma del magistrato. L’uccellino morì sul colpo. E i colleghi di D’Andrea che avevano assistito alla scena, impauriti, pagarono Chiàrchiaro per evitare di finire nel mirino malevolo del menagramo che uscì trionfante dal tribunale, convinto di aver così conquistato - almeno agli occhi della giustizia terrena - la sua “patente” di jettatore.

La novella di Luigi Pirandello - “La Patente”, appunto - pubblicata nel 1915 e poi adattata al teatro e al cinema (superba l’interpretazione di Totò nel film “Questa è la vita”, con la regia di Zampa), sembra calzare a pennello con l’ultima trovata del governatore Vincenzo De Luca che dalla sua tribuna social del venerdì ha annunciato l’istituzione di una “patente” per coloro che si vaccineranno contro il Covid. Quel documento, rilasciato dall’autorità sanitaria, sarà una sorta di lasciapassare, un salvacondotto per entrare nei ristoranti, cinema, luoghi pubblici senza alcuna limitazione. Una immunizzazione per decreto, una “maschera” da esibire in scheda plastificata, come una patente, appunto, di “normalità”. E chi non sarà munito della nuova card regionale? Non osiamo pensare cosa potrebbe accadergli: probabilmente sarà messo alla porta da amici e parenti, escluso dalla vita sociale, maledetto per la paura del contagio, un untore... un Chiàrchiaro pandemico, insomma. Anche lui, alla fine, sarà obbligato a chiedere la “maschera” imposta dagli altri, diventando un “patentato del regio governatore”.

L’amaro paradosso pirandelliano del “contrario”: essere costretti alla “forma”, al ruolo, allo status che gli altri ci impongono o ci affibbiano. De Luca - abusando del populismo che lui stesso dice di abiurare - è dunque inciampato in una scelta che costituzionalmente non ha appigli. Vaccinarsi non è un obbligo, né lo si può imporre. È utile e necessario farlo per arginare la diffusione del contagio: non ci sono dubbi. Ma dare “patenti” su questo è grave e discriminatorio. Chi non si vaccina, infatti, per scelta o per (ingiustificata) paura, verrebbe segnato da un marchio d’infamia indelebile e umanamente insopportabile. De Luca avrebbe fatto bene a incitare – come spesso e meritoriamente ha fatto – i campani a vaccinarsi, arrivando a prestare persino il suo corpo alla causa facendosi inoculare l’anti-virus in favore di telecamere. Ma altro è la storia della “patente”. Una brutta storia, un inciampo di pessimo gusto. E nei fatti inapplicabile.