LA SENTENZA

Corruzione a Pontecagnano Faiano, condanna annullata a Trimarco

Per i giudici della Cassazione non ci fu il patto tra l’esponente del clan Pecoraro-Renna e tre finanzieri

PONTECAGNANO FAIANO - Non c’è la prova principale di accusa, ossia la mancata audizione del teste chiave. È stata annullata senza rinvio la condanna a Demetrio Trimarco , esponente del clan camorristico Pecoraro-Renna, per la corruzione ai tre finanzieri: Massimo Proietti , Lorenzo Landi e Piercarmine Oliviero . Per i giudici della Cassazione “non sussiste” il patto corruttivo con i tre militari, all’epoca dei fatti in servizio al nucleo di polizia tributaria di Salerno, che furono assolti da quest’accusa con la formula dubitativa. A fare il nome dei finanzieri era stato lo stesso Trimarco, oggi collaboratore di giustizia, che riferì del presunto accordo con i militari, siglato alla fine degli anni Novanta, per avere le imbeccate tempestive sui controlli ai locali dov’erano installale i videopokers della camorra. Nelle sue dichiarazioni, in particolare, il pentito ammise di aver consegnato ad un intermediario sia la lista degli esercizi, in cui erano installati i videogiochi di interesse dell’associazione, ricevuta da un noleggiatore, sia un milione e mezzo di lire dell’epoca per corromperli. “Quelli della legge” - come li chiamavano in gergo gli esponenti del clan - avrebbero dovuto informarli sui controlli diretti a verificare la regolarità degli apparecchi al fine di impedirne il sequestro. I giudici della Cassazione, in buona sostanza, hanno annullato la sentenza che condannava Trimarco perché non c’è stata la testimonianza di chi, secondo la ricostruzione fatta dallo stesso imputato, avrebbe consegnato materialmente i soldi ai militari delle Fiamme gialle, completando così quel patto corruttivo di cui si parla, ma del quale è mancata la prova cardine. Gli stessi giudici di Cassazione (Sesta sezione penale, presidente Stefano Mongini ) hanno dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dai tre finanzieri in relazione ad un altro caso di corruzione ai danni di un “cash& carry” di Capaccio e per il quale sono stati condannati. Al termine di un controllo all’interno dell’esercizio commerciale avvenuto il 9 agosto 2004, abusando della loro qualità e dei loro poteri, minacciarono i titolari, marito e moglie, di far chiudere il locale e di far intervenire il Nas, nonostante il rilascio delle necessarie autorizzazioni sanitarie. Per passarci su accettarono regalie, quali cartoni di pelati e di birra, un tagliaerba ed ulteriore merce in occasione di visite successive, proseguite sino al settembre 2004. La sentenza, pubblicata nei giorni scorsi, pone fine ad una vicenda giudiziaria iniziata undici anni fa quando fece scalpore il coinvolgimento dei finanzieri nel blitz della Dda. Allora furono i pentiti a raccontare dei presunti favori ricevuti da sottufficiali della guardia di finanza. Accuse di connivenza cadute nei tre gradi di giudizio.

(re. pro.)

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