L'EDITORIALE

Coronavirus: la parola, il silenzio e la pietà

L’ultimo saluto a don Alessandro Brignone e ai 4.825 morti di questa guerra

L’ultimo saluto a don Alessandro Brignone è stato come quello obbligatoriamente dedicato ai 4.825 morti di questa guerra mondiale al virus letale: un addio silenzioso, senza la preghiera di chi continua a camminare sullo splendore della terra. Un sacerdote, nel mondo, è sempre un uomo solo e, per chi crede, è accompagnato da Dio al cospetto del gregge che gli viene affidato. Don Alessandro è andato via in silenzio, in un mondo che ha smarrito il senso della sua mortalità e finitezza oltre che del valore della parola e del silenzio e del sentimento di pietà. Che c’entra l’addio silenzioso a don Alessandro che ha subìto il tragico destino, con un apparentemente banale fatto di cronaca corrente di queste ore? E collegato alla tragicità dell’evento?

In queste ore, infatti, dei professionisti hanno dovuto fare ricorso al codice penale per difendere la loro onorabilità sociale scossa, a loro parere, dell’uso improprio di parole e immagini. Arriviamo al sodo: bene hanno fatto i dirigenti del “Pascale” e il professor Ascierto a querelare per diffamazione una nota trasmissione di satira. Un conto è la satira che, spesso, arriva dall’ironia come anticamera dell’intelligenza; altra cosa è la malcelata beffa mediatica che ridicolizza quanti, con la loro professionalità, in queste ore lavorano sodo, sudano e soffrono guardando negli occhi i loro ammalati. Spesso sono i depositari dell’ultimo, disperato sguardo di vita incrociato da ex sconosciuti.

Sì, ex sconosciuti perché nella sofferenza la conoscenza si trasforma in amicizia vera. Sappiamo già di incrociare i “sacerdoti” della libertà di satira, con tutta la “liturgia” del rispetto di una libertà costituzionale. Si farà un processo, dopo una querela e non ci interessa l’esito finale. Ci sarà, in quel processo, anche una parte civile inedita: sarà la coscienza che rivendica il suo codice non scritto nell’umanità in tempo di guerra segnato dall’equazione, con l’incognita finale, di resistenza e resa. Se guardiamo a ciò che più vistosamente tiene il centro della scena (pensiamo a quella teoria di centinaia di bare a Bergamo) siamo spesso indotti anche a concludere che il nostro è un tempo anche di violenza e di mortificazione della qualità umana nella quale la parola, più che il silenzio, annullano ogni pietà. E che ciò che conta e sentiamo è cioè che resiste di umano. Ecco perché il diritto alla libertà di critica, anche feroce e di satira anche spinta, si fermano laddove c’è il dovere del rispetto dalla dignità umana, soprattutto di quanti in questa guerra sono sulla prima linea del fronte. Noi, la pensiamo così.