L'EMERGENZA EPIDEMIA

Coronavirus, «Io, infermiera, ho benedetto le salme»

La salernitana Jessica Cristiano lavora all’ospedale di Pavia: «Orrore dei sacchi neri, faccio fare un segno di croce ai morti»

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PAVIA -  «Almeno vanno in Paradiso». Cinque dita ammantate da un guanto stringono il braccio esanime d’un uomo che s’è spento da qualche minuto, stroncato su un giaciglio d’ospedale da un virus misterioso che ha sconquassato il mondo. La mano ricoperta dal nitrile stringe energicamente l’arto greve e inerte d’una persona che è morta: le dita inanimate, guidate dal tatto d’una giovane donna vestita di bianco che bisbiglia una preghierina, disegnano una croce nell’aria pesante di una stanza d’ospedale. È la croce d’un Dio che «non può non perdonare chi muore così», come dice la ragazza con la candida tuta. Sotto lo “scafandro” c’è Jessica Cristiano, un’infermiera di 27 anni. È di Salerno, precisamente di Santa Margherita, quartiere Pastena, ma lavora al Nord, in un ospedale di Pavia, in quella Lombardia ch’era il sogno di mezzo Meridione e che oggi è tormentata dall’incubo più grande di tutti. La vita di Jessica è un disegno, o uno scherzo del destino: dalla città di San Matteo al Policlinico “San Matteo”. “Ancora un altro segno della croce”: Jessica, “una ragazza di Salerno”, l’infermiera che “non sa che cosa sia la pace”, sembra una canzone di Ligabue, il suo artista preferito. Lo incontrò pure, in un backstage: si presentò davanti al rocker di Correggio con la tuta della Salernitana. Ora ne indossa un’altra, di tuta, in un mondo «più complicato», in cui «perfino relazionarsi con gli altri è diventato più difficile».

Anche per gli infermieri?

L’altro giorno la vicina di casa ha bussato alla mia porta per portarmi una crostata: non riuscivo a trovare le parole. Avevo paura, mi sentivo sporca. E poi io vivo da sola, in 42 metri quadri. Senza finestre.

A Pavia?

Macché! Abito a Voghera, in provincia. Per arrivare in ospedale ci metto tre quarti d’ora.

E quando varca la soglia del “San Matteo”?

Adrenalina e disperazione, come in guerra. Era una Medicina interna, ora è un reparto Covid d’un ospedale Covid.

Quanto dura un turno?

Dodici ore. Poi torno a casa, mangio e dormo. Dormo tanto. In tanti sono scappati al Sud... Non riesco a parlar male dei ragazzi che sono scesi giù: forse, se non fossi stata infermiera, l’avrei fatto anche io. La gente non sa cosa siano paura e solitudine. E in quel momento avevo tanta paura, soprattutto perché erano i giorni delle rivolte in carcere, e il mio pensiero andava a Bernardo.

Chi è Bernardo?

Il mio ragazzo. Bernardo è beneventano e lavora in carcere a San Gimignano, a Siena: anche lui è in prima linea. E mi manca.

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