Con Renzi il Pd al capolinea 

Orfano della tradizione liberale e privo della sinistra è oggi un soggetto autoreferenziale

SALERNO.. L’attuale crisi del Partito democratico e tutte le sue contraddizioni sono strettamente correlate a un deficit d’origine, che si è trascinato dalla sua costituzione. Difetti che hanno fatto sì che si realizzasse un coacervo assolutamente non uniforme e che, soprattutto, fossero persi di vista gli obiettivi principali, allontanando i democrat dal contatto con la realtà e relegando nel dimenticatoio le ideologie, oltre che la cultura politica. Sono questi alcuni degli aspetti principali che hanno portato (e stanno portando) il Pd in una strada apparentemente senza via d’uscita, provocando le scissioni e animando tutte le correnti interne. Tuttavia si è ancora in tempo per correre ai ripari, anche se bisogna fare in fretta per recuperare la fiducia degli elettori e per ripartire da una nuova idea che sia inclusiva e non più esclusiva, come invece accaduto nella fondazione del Partito democratico, per far rinascere dalle proprie cenere un Pd che diventi effettivamente la casa di tutta la sinistra. È questo, in estrema sintesi, quanto emerso nel corso del forum organizzato da “la Città”, per presentare il numero del bimestrale “Quaderni Radicali” dal titolo “Per un vero Partito democratico”. Un confronto schietto e qualificato, al quale hanno partecipato, oltre al direttore di Qr, Giuseppe Rippa, e al caporedattore Antonio Marulo, il filosofo Giuseppe Cacciatore; l’ex vicepresidente della Regione Campania, Antonio Valiante e il segretario provinciale del Pd, Nicola Landolfi. A dare il là al dibattito è stato il direttore de “la Città”, Andrea Manzi, che ha lanciato la provocazione. «Ci troviamo a dover registrare – ha detto – i giri a vuoto del “renzismo” che sembra essersi allontanato dagli obiettivi primari».
La crisi d’identità. Il Pd attualmente vive una vera e propria una crisi d’identità. Colpa di errori storici, i cui effetti sono diventati ancora più evidenti oggi, amplificati dalla perdita di consensi e dalla lotta per la leadership. «C’è un deficit iniziale – ha evidenziato Cacciatore – nella costituzione del Partito democratico, in quanto è stato eliminato qualsiasi riferimento che riguardasse il Partico comunista. Tant’è e non è un caso che proprio in coincidenza con l’80esimo anniversario della morte di Gramsci chiude il quotidiano l’Unità. E, inoltre, è stata esclusa anche la componente socialista. Una soluzione pragmatica, tipica di un partito che risolvere i problemi escludendo le ideologie. Il vero nodo è riuscire a capire se questa fenomenologia del Pd oggi sia in grado di risolvere il vero problema politico di fronte al quale si trova la sinistra. E, cioè, in che modo sia possibile recuperare il popolo degli astensionisti. Alcune componenti della sinistra – ha proseguito il filosofo – hanno pensato che tutti i problemi potessero risolversi con il Referendum costituzionale. Invece così non è stato, e si è dilapidato un patrimonio, perché dopo il risultato delle urne occorreva mettere in movimento le reti che si erano formate sul territorio». Valiante, invece, ha spostato l’attenzione su un aspetto più generale, che riguarda l’intera classe politica: ovvero l’incapacità di riorganizzarsi. «Siamo di fronte – ha spiegato – ad una crisi politica epocale». C’è, però, a detta dell’ex vice presidente della Regione Campania, un modo per evitare il completo fallimento e creare una nuova classe dirigente. «La prima cosa che farei – ha precisato – è la riforma del Titolo V della Costituzione, in modo tale da rafforzare la presenza e il potere degli amministratori locali. Questo consentirebbe di formare una classe dirigente nuova, in grado di risolvere i problemi. Oggi, infatti, non c’è un riferimento ideologico e la politica italiana si è avviata verso la personalizzazione, che ancora caratterizza questa fase storica, a partire dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi. Tuttavia – ha continuato Valiante – bisogna anche sottolineare come le colpe che vengono attribuite a Renzi non si sono materializzate oggi ma è un gap che si sta trascinando da trent’anni. A maggior ragione dunque ritengo che la riforma del Titolo V riuscirebbe a sconvolgere gli assetti attuali». Sulla circostanza che il Pd abbia limiti costitutivi si è trovato concorde pure Landolfi. «Si è arrivati al Partito democratico – ha rimarcato il segretario provinciale del Pd – senza fare quelle riforme e quei cambiamenti politici che, da un punto di vista ideologico, andavano affrontati. Il Partito democratico, difatti, avrebbe dovuto dapprima trasformarsi in socialdemocrazia. E resto convinto che se la trasformazione fosse stata gestita dall’area riformista, non saremmo arrivati all’appuntamento impreparati. Perché ritengo – ha poi aggiunto – ancora oggi, che uno dei maggiori limiti del Pd sia stato la sua incapacità di portare a termine questa trasformazione. Il Pd nasce a freddo, più per necessità che per virtù, nella fase finale dell’esperienza dei Democratici di sinistra e della Margherita». Una “fusione a freddo” che è anche uno degli aspetti che sono stati messi in risalto da Rippa, che ha evidenziato come nella fretta di creare il Pd siano state escluse «le culture e le forze politiche laiche, socialiste, radicali e cattolico liberali», in quanto l’accordo era, in sostanza, «un urgente fusione a freddo del carattere essenzialmente di potere». «Sì è vero – precisa Rippa – c’è stato il tentativo di inserire qualche rassicurante spezzone socialista, rigorosamente sistemato in chiave di subalternità e qualche patetico cespuglietto laico-repubblicano, di cui nessuno ha più memoria». Proprio per questo motivo, a detta di Rippa «l’impasto su cui nasce il Pd manca di una solida cultura liberale, nella sua articolata rappresentazione laico-radicale-liberale, socialista-liberale e, soprattutto, cattolico-liberale, per lasciare via libera a un collante decadente-dossettiano».
Il centrosinistra, i suoi limiti e la necessità di far nascere un vero partito democratico. Il Partito democratico è stato in grado di depauperare un patrimonio territoriale ereditato dal Partico comunista. A puntare il dito su quest’aspetto, sicuramente non secondario, è stato Marulo che ha pure sottolineato come «a parole, in quest’ultimi tempi, si è rivoltato il partito ma, nei fatti, è rimasto tutto come prima». Tant’è che le ultime primarie del Pd hanno fatto registrare un calo di votanti e, tra gli elettori di Renzi, sono aumentati gli ultra 65enni. Un dato, quest’ultimo, che può essere considerato un campanello d’allarme e che fa comprendere come la politica stia inesorabilmente perdendo il suo appeal, in particolare tra le nuove generazioni. Una politica, si è riflettuto al tavolo, che ha attraversato anche la nuova spinta “social” che ha desertificato il dibattito e lo ha ridotto in tweet. Una modernizzazione che ha “rottamato” la riflessione nel rapporto con l’elettorato aprendo la strada a un sintetico populismo svuotato di quei valori necessari a riflettere sulle conseguenze. Tant’è che lo stesso Emanuele Macaluso, il cui saggio è stato più volte tirato in ballo nel corso del forum, sottolinea come «in questi anni il problema più grave è stato quello di un abbassamento della cultura politica di massa». E la prova scrive Macaluso, sottolineata anche dal filosofo Cacciatore, è che «prima un bracciante siciliano o un operaio della Fiat avevano una cultura politica molto più forte di un qualunque esponente del Movimento 5 Stelle». Tutto questo, secondo Valiante, è accaduto perché «le forze politiche riescono ad organizzarsi solo se hanno la capacità di leggere ed interpretare le condizioni sociali all’interno delle quali si muovono». Una sensibilità che, molto probabilmente, oggi non fa più parte del bagaglio culturale della politica e dei politici. «La prima cosa che si sarebbe dovuta fare – ha incalzato Valiante – è cambiare la legge elettorale. Perché così com’è quella attuale porterebbe ad essere eletti molti parlamentari, più della metà, che sono stati nominati dalle segreterie dei partiti. Una circostanza quest’ultima che fa capire come la distanza tra cittadini e politica aumenti sempre di più. Se non si riesce a tradurre il consenso in governabilità è tutto inutile». Anche perché, come ha sostenuto Rippa «oggi lo scenario è molto più complicato». «Forze populiste e qualunquiste – ha aggiunto il direttore di Quaderni radicali – che per ora l’Europa sembra aver rallentato, sono ancora incombenti in Italia, dove recenti e parziali elezioni amministrative vengono vissute come una rappresentazione fasulla di ritorno delle vecchie glorie del centrosinistra e del centrodestra, mentre invece la rabbia e il ribellismo senza cultura di Governo è più che mai vivo». «Ecco perché pensare a far nascere – ha concluso – un vero partito democratico, in quanto è ad una nuova nascita che bisogna puntare, nello spirito dell’azione pannelliana di fine anni ’80 e degli inizi degli anni ’90. Perché quella cultura liberale, sostanzialmente esclusa, sia centrale nella natura di un partito che si dice democratico».
(testi raccolti da Gaetano de Strefano)
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