Luigi D'Alessio

L'INCHIESTA

Caso Riace, pesanti accuse a Lucano

Il Riesame sposa la linea della Procura di Locri guidata dal salernitano D’Alessio

Il commento del direttore

“In tutto questo non manca ed anzi la fa da padrone il tornaconto politico-elettorale del Lucano che in più di un’occasione fa la conta dei voti che gli sarebbero derivati dalle persone impiegate presso le associazioni e-o destinatarie di borse lavoro e prestazioni occasionali, persone molte delle quali inutili a fini lavorativi o addirittura non espletanti l’incarico loro affidato, sovrabbondanti rispetto ai bisogni eppure assunte o remunerate anche in via occasionale per il ritorno politico- elettorale”. È un vero e proprio atto d’accusa quello che emerge dalla motivazioni con le quali i giudici del Riesame di Reggio Calabria hanno sostituito la misura degli arresti domiciliari con quella dell’obbligo di dimora fuori dal comune di Riace, per il sindaco Domenico Lucano, coinvolto nell’indagine Xenia della Procura di Locri, guidata dal magistrato salernitano Luigi D’Alessio. Accusato di aver combinato matrimoni falsi tra immigrati e di aver affidato illecitamente il servizio di raccolta rifiuti e pulizia urbana a due coop, nelle motivazioni del Riesame i giudici vanno ben oltre le contestazioni fino ad ora rese pubbliche; accuse che erano contenute in parte già nella richiesta d’arresto firmata dal procuratore D’Alessio e che il gip aveva ritenuto invece non sussistenti. Il Riesame, invece, più volte, ha sottolineato come Lucano “non può gestire la cosa pubblica (...) egli è totalmente incapace di farlo, e quel che ancora più rileva, in nome di principi umanitari ed in nome di diritti costituzionalmente garantiti viola la legge con naturalezza e spregiudicatezza allarmanti”. I giudici citano in particolare una serie di intercettazioni in cui Lucano ragionava sulla sua situazione elettorale e della sua forza politica in seno al comune. “Le cifre sciorinate dal Lucano - si legge nelle motivazioni - come corrisposte ai dipendenti delle associazioni sono elevate, ma egli non fa mistero della necessità del mantenimento di questo ingranaggio per potere ancora gestire la cosa pubblica e mantenere così quel modello Riace, o meglio i numeri per Riace che avrebbe dovuto continuare a essere modello nella immagine restituita al mondo intero”. Lapidari i giudici anche sulla cattiva gestione dei fondi comunitari per i progetti di accoglienza ai migranti. “Egli era controllore di se stesso - scrive il Tribunale - e ha garantito il mantenimento ed il nascondimento di quelle opacità e dello sciupio di fiumi di denaro pubblico destinato in origine solo al raggiungimento di quei progetti di accoglienza e integrazione”. Ma c’è di più: “Con callida freddezza scrivono i giudici - una volta appurato di essere oggetto di indagini, progettava la sua candidatura alle politiche come capolista al fine di arginare l’azione giudiziaria nei suoi confronti”. Un quadro accusatorio sufficiente a mantenere una misura che non gli permetta di tornare a fare il sindaco poiché “non può limitarsi il Lucano nel suo delirio di onnipotenza ed è per questo che è socialmente pericoloso e non gli può essere consentito ricoprire cariche pubbliche e gestire denaro pubblico. (...) l’indagato vive oltre le regole, che ritiene d’altronde di poter impunemente violare nell’ottica del fine che giustifica i mezzi”.

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