Anna Maria Carloni

L'INTERVISTA

Caporalato, parla la Carloni: «Ora la legge c’è e basta applicarla»

L’ex parlamentare ispirò le norme anti sfruttamento: «Non vanno cambiate, ma bisogna fare di più per attuarle»

SALERNO - Anna Maria Carloni, moglie dell’ex governatore della Campania Antonio Bassolino e parlamentare del Pd fino alla scorsa legislatura, si è battuta a lungo affinché si potesse arrivare nel 2016 all’approvazione in Parlamento della legge 199 per il contrasto al caporalato. Una legge la cui efficacia è stata messa in discussione da alcuni membri del Governo, in particolar modo dal ministro della Politiche agricole Gian Marco Centinaio. L’onorevole Carloni, che ha contribuito con una sua proposta di legge alla stesura del testo in vigore, ritiene invece che la normativa non deve essere modificata ma semplicemente applicata.

La legge sul caporalato è in vigore da due anni e nel Governo c’è chi ritiene che debba essere modificata perché non avrebbe sortito gli effetti sperati. È davvero così?

Assolutamente no, di recente è stata avanzata la proposta di mettere mano alla legge sulla base dell’iniziativa di alcune imprese, sostenute dalla Lega, che la considerano troppo vincolante. La legge c’è e per arrivarci c’è stato un percorso lungo e difficile che ha coinvolto moltissime associazioni e le organizzazioni sindacali. Io stessa sono stata presentatrice di una proposta di legge nella passata legislatura e ci sono volute tre legislature per arrivare alla conclusione di questo iter. È una legge importante che definisce il reato di intermediazione di mano d’opera e contrasta lo sfruttamento grave del lavoro. Siamo in presenza di un fenomeno che è molto diffuso, il caporalato tradizionale, cioè l’intermediazione, il caporale che recluta i braccianti così come avveniva negli anni ’50, ma in questo caso si tratta di lavoratori extracomunitari totalmente indifesi, spesso anche senza permesso di soggiorno e quindi ricattabilissimi. Abbiamo da una parte il caporale e dall’altra uno sfruttamento salariale gravissimo: questi lavoratori hanno delle paghe vergognose, parliamo di cifre di 25 euro al giorno per 12 ore di lavoro. Altre due forme di sfruttamento riguardano, poi, il trasporto e l’alloggio, fenomeni che sono venuti alla luce con le stragi degli ultimi giorni; questi poverini devono pagarsi il trasporto, anche fino a 5 euro, che dovrebbe essere invece a carico del datore di lavoro.

La legge 199 fornisce quindi tutti gli strumenti necessari per contrastare il fenomeno, è soddisfatta di come è stata applicata finora?

Il caporalato è un sistema e la legge è efficace dal punto di vista della definizione delle figure di reato e dell’analisi del problema ed ha dato anche dei frutti in questi due anni. Il fenomeno finalmenteemerge in tutta la sua drammaticità, invece fino a pochi anni fa avevamo dei dati ufficiali che erano mille miglia lontanoda quelli reali; contemporaneamente,però, viene in luce il problema che bisogna fare molto di più. Tutte leistituzioni devono convergere negli sforzi sia per quanto riguarda l’aggressione e la prevenzione al caporalato che quello al problema degli alloggi. È stato fatto qualcosa in questi anni, quando ci sono stati degli eventi tragici in alcuni villaggi di braccianti, però poi dopo poco rifioriscono queste tendopoli, veramente agghiaccianti.

Una delle forme di sfruttamento su cui si sta discutendo molto è quella del trasporto dei braccianti, costata la vita a 12 persone qualche giorno fa. La legge, su questo punto, cosa prevede?

Sul problema del trasporto bisogna che ci sia un intervento delle istituzioni per non lasciare questo fiorente business in mano al sistema dei caporali. Bisogna intervenire sugli alloggi e sul trasporto. La legge prevede la rete delle imprese di qualità, bisogna intensificare quel lavoro di aziende legali che si mettono in rete tra loro per contrastare il fenomeno; questo è un punto che la legge prevede e che non so quanto si sia sviluppato. Il fenomeno ha un tale rilievo e richiede assolutamente che le prefetture, le organizzazioni sindacali, si mettano intorno a un tavolo e che ognuno si prenda un impegno di contrasto, perché siamo ad un livello di schiavismo. Il problema oggi non è quello di fare una legge nuova perché la legge c’è ed è efficace, bisogna applicarla. E per farlo ci vuole uno sforzo sul versante della prevenzione piuttosto che della repressione, ed è necessario che ci siano più ispettori del lavoro. Non è questo un tema che possiamo delegare alle organizzazioni sindacali o alle associazioni dei migranti, questa cosa mi inquieta. Nei servizi televisivi vediamo solo le vittime del fenomeno. Il problema riguarda noi, la nostra capacità di avere dei sistemi legali di tutela del lavoro in Italia ed è una vergogna che se ne occupino soltanto gli sfruttati o i diretti interessati, è un problema trasversale che interessa tutte le parti politiche. È un tema che sento molto e mi sono molto indignata dopo i fatti gravissimi che si sono verificati: non siamo stati capaci di dare vita ad alcuna mobilitazione seria.

Da donna di sinistra pensa che la sinistra si stia impegnando sufficientemente per contrastare il fenomeno?

Io mi sono impegnata, ho fatto la mia parte di parlamentare come tanti altri, ma non basta. Questa estate abbiamo visto delle tragedie enormi e gli unici a mobilitarsi sono stati i lavoratori migranti: è una cosa inspiegabile. La nostra coscienza civile deve avere un sussulto, noi come sinistra dobbiamo ripartire dalle nostre ragioni di fondo se vogliamo ancora dirci democratici di sinistra. Questo tema deve impegnarci di più, non possiamo delegare questa battaglia ai diretti interessati perché non hanno nemmeno la forza di farcela da soli.

Erminio Cioffi

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