Barche in legno fatte a mano: un’arte

Aurelio Martuscelli a Marina di Camerota realizza gozzi e golette, restaura yacht e velieri

MARINA DI CAMEROTA. Attraverso le sue mani rivivono barche leggendarie. E insieme vive un mestiere vecchio di secoli. Aurelio Martuscelli è prima di tutto un maestro d’ascia. Uno dei pochi, nel contesto italiano, ancora capaci di padroneggiare il legno fino a cavarci fuori una barca. E tra i rari maestri d’ascia iscritti nei registri ufficiali che ha alle spalle una tradizione di tre generazioni: a fargli da maestro è stato suo padre Francesco che, a sua volta, aveva rubato i segreti di nonno Adamo, figlio di un padrone marittimo di Castellamare di Stabia. E ora con Aurelio ci sono i figli, Massimo e Adamo, di 31 e 33 anni, maestri d’ascia già da alcuni anni.

«Avevo sette, otto anni quando ho iniziato a costruire i miei primi modelli di barche - racconta Aurelio - L’ho fatto per gioco e per guadagnare qualche soldino. C’era un torrente dove i bambini andavano a far navigare le barche di legno, io le costruivo e poi le vendevo o le scambiavo per qualche oggetto che mi interessava. Erano modelli piccoli, quaranta centimetri di lunghezza al massimo, però erano costruiti come barche vere, con la chiglia, le ordinate, il fasciame».

L’apprendistato con le piccole barche giocattolo è durato qualche anno. Poi, passo dopo passo, le barche sono diventare sempre più grandi, dai modelli ai primi interventi sulle barche vere, piccoli lavori di manutenzione ed infine il progetto e la costruzione di una barca. Oggi Aurelio non ha rivali. Ha diretto il restauro di numerose imbarcazioni storiche: il veliero Ebe, già nave scuola della Marina militare italiana conservata in pieno assetto di navigazione al Museo della scienza e della tecnologia “Leonardo Da Vinci” di Milano; la Red Pirate, motoryacht costruito nel 1947 da un cantiere scozzese; la Goletta Oloferne del 1944 dell’associazione Nave di Carta. E solo pochi mesi fa ha ultimato la sua ultima imbarcazione: una scialuppa di nove metri del veliero Palinuro. «Gozzi e golette li realizziamo soltanto su ordinazione – spiega Martuscelli – Per progettare e definire le forme di una imbarcazione ci si aiuta costruendo un mezzo modello dal quale ricavare dati e misure. Soltanto in un momento successivo – svela il maestro – si disegna il piano di costruzione della barca e se ne tracciano le prime linee. Tutto il resto è realizzato secondo regole mai scritte. Molto dipende dall’ambiente in cui la barca si troverà a operare e dall’uso al quale è destinata». Insomma il modello crescerà nelle mani e nella testa del maestro d’ascia come una scultura. Anche la scelta del legno è soggettiva. «Un gozzo ben fatto deve essere di mogano, di gelso o di carrubo». La scelta del legno è prioritaria e coincide con la fase progettuale. La fase esecutiva, invece, ha schemi fissi. «Si allineano le “ordinate” che compongono lo scheletro dello scafo. Poi si costruisce diritto di prora e di poppa e dopo ancora la chiglia. Stazza e lunghezza devono essere ben equilibrate per superare la prova della linea di galleggiamento. Qualunque eccesso sbilancia la barca».

Tra vecchie e nuove generazioni e filosofia del recupero di antichi mestieri si inserisce poi la realtà. »La politica nella nostra Regione ha sempre penalizzato il nostro settore – spiega Aurelio – i politici amano andare in mare a bordo di grandi barche e si dimenticano che, dietro quel lusso, ci sono le mani di esperti che gettano il sangue per dare il meglio di se». Poi l’appello: «La Regione convochi subito una tavola rotonda con esperti per rilanciare il settore con leggi ad hoc oppure si correrà il rischio di doversi rivolgere altrove per delle imbarcazioni di qualità e perdere allo stesso tempo un pezzo di storia della nostra terra».

Vincenzo Rubano

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