IL COMMENTO

Aziz, il profugo suicida a Salerno: il Crocifisso di Natale

Per sconfiggere la passività che annulla i sentimenti

Diceva Papa Giovanni Paolo II che la pace richiede quattro condizioni essenziali: verità, giustizia, amore e libertà. Aziz Alhini se le è viste sgretolare una dietro l’altra. In un vortice nel quale ha continuato, fino alla fine, a rivendicare il suo diritto alla parola. Per raccontare la sua verità. Per consegnare la sua storia affinché fosse ascoltata e capita. Ascoltata e capita, che è poi l’incantesimo che ogni storia di dolore cerca per mettere un punto e infilare un capitolo nuovo, che è cosa ben diversa da un nuovo capitolo. Non è stato possibile. La fragilità – di un sistema sgangherato e primitivo come la classe politica che lo ha edificato sull’ignoranza – e il tempo rapido del disincanto – quello di chi, pur vivendo di disillusioni non sa adeguarvisi – non lo hanno consentito. Ma quella storia c’è. Non la conosciamo. Ne abbiamo letto, in sottotraccia, l’ultimo capitolo. Quello che non avremmo voluto leggere. Perché è quello che leggiamo tutti i giorni, in un caleidoscopio dittatoriale di corpi, sangue, lacrime, rifiuti, dolore. Più o meno è come una dipendenza. E l’orrore crea dipendenza, perché rassicura e distrae, nel senso etimologico del termine, ti tira fuori dalla paura, soprattutto se cadi nella rete dell’assuefazione. È come avere la fobia di volare. Più volte sali su un aereo, meno il panico ti stringerà la gola. Più orrore ti si fissa sulla retina o nella testa, meno paura avrai della paura che potrai generare, o della quale sei, banalmente correo. Certo, c’è una bella differenza. E lo spartiacque si chiama consapevolezza. C’era una volta (in verità è ancora felicemente tra noi), un signore che si chiama Hermann Nitsch. Un artista che di guai con la legge ne ha passati, in un’epoca in cui si cantava una rivoluzione mai fino in fondo germogliata. Pensò di rimettere in scena una sorta di tragedia greca, ma molto più ferina. Fatta di sangue e interiora. Quel Teatro delle Orge e dei misteri si poneva una missione: suscitare disgusto e ribrezzo per solleticare catarsi e purificazione. L’ultimo giorno di Aziz è in un’immagine che è rimbalzata sui cellulari. Il volto inclinato, il corpo appeso a una corda sullo strapiombo. Uno schiaffo alla sensibilità,di chi guarda, di chi decide di farla finita. Poche ore dopo, la stampa nazionale parla di Imago Pietatis, l’ultimo libro del sociologo Fausto Colombo. L’occhio corre a un’immagine-simbolo: un bambino sdraiatocarponi sulla riva del mare. Potrebbe dormire, ma sappiamo che non si sveglierà mai più, come migliaia di migranti che non riescono a sagomarsi i piedi, dopo lungo soffrire, sulle coste di un’Europa senza (più) memoria. Il tempo della foto è il passato. Quello che accade dopo è una tela. Non serve se ci fa commuovere o suscita compassione, se non a dotarci dell’ennesimo alibi. La compassione ci proclama innocenti. Ci legittima impotenti. No. Abbiamo scelto di pubblicare il corpo penzoloni di Aziz per provare a cancellare quella che la fotografa Susan Sontang definiva «la passività che ottunde i sentimenti». «Lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci», perché «quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare». Facile addossare le colpe alla politica. Ammesso che sia ancora possibile un governo della polis, è dagli individui che occorre ripartire. Dall’indignazione. Che a compatire siamo stati fin troppo bravi. Anche di fronte al Crocifisso di Natale.

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