L'EDITORIALE

Andrà tutto bene!

Se andrà tutto bene, solo Dio lo sa. E il dubbio, non solo fideistico per chi crede, è tremendamente vero e destinato a restare nel limbo dell’incertezza nei giorni tragici della pandemia. Sì, incertezza tra la paura, la confusione e il panico nel momento in cui non ci si potrà raccontare che “va tutto bene”, come recitava lo slogan della speranza all’inizio di marzo scorso. A poche ore dall’ennesima conferenza stampa del presidente Conte non resta che continuare a registrare la diagnosi, aggravata nel giro di otto mesi, di una frattura difficile da ricomporre tra cittadini ed istituzioni. Cioè tra chi lo ascolta e deve mettersi al riparo dall’inseguimento del virus e le misure che vengono proposte evitando quelle più severe.

Il tempo trascorso – 8 mesi –e la comunità nazionale stretta intorno alle sue istituzioni sembra la narrazione lontana anni. Quasi un archivio della memoria del tempo della pandemia con il racconto di un popolo virtuoso ed eroico, al tempo stesso, che avendo compreso l’emergenza della pandemia, garantiva più di un consenso fiduciario al presidente del Consiglio Conte e qui, più vicino a noi, in un sentimento politico trasferito nel voto quasi plebiscitario alle elezioni regionali per il presidente e Luca.

Per i due, il picco nei sondaggi era un rito positivo e quotidiano. L’uno e l’altro sono i volti del potere ai tempi del Covid, sia pure con le rispettive differenze di ruoli, funzioni e responsabilità: a palazzo Chigi, l’incertezza politica nella guida che è perfino rintracciabile nello stesso ultimo decreto dove in più punti quei “si raccomanda” e si “consiglia” fanno ritenere perfino inutile un decreto senza misure con intenzioni chiare e definite per fronteggiare l’espansione del virus, tranne che nell’opinabile divieto di tenere aperti bar e ristoranti fino alle 18. Sull’altro versante, c’è De Luca, presidente di una regione simbolo nella Fase 1 che, per la capacità di contenimento del virus, veniva perfino indicata come virtuosa oltre modo. Oggi tutti danno soccombente De Luca.

all’indomani delle misure di Conte che abolisce dal suo linguaggio il termine “coprifuoco” e, se potesse, perfino il sostantivo lockdown. Sia Conte che De Luca fanno registrare errori politici nella fase della seconda ondata, pur prevedibile. Conte prosegue con i suoi Dpcm illustrati al popolo italiano come comunicati della Protezione Civile, senza aggiungere nessuna parola che possa scaldare il cuore degli italiani, diversamente da quelle utilizzate da Angela Merkel ai tedeschi, senza alcun riferimento tecnico o epidemiologico, ma solo con un appello semplice, accorato e ragionato sulla decisione delle misure affidate al popolo tedesco e alla corresponsabilità civile e umana, al tempo stesso, senza alcuna politica della paura ma quella, invece, della condivisione.

De Luca, invece, è il presidente della maggiore regione del Sud che da poche ore ha ingaggiato una guerra, da caos istituzionale, con lo Stato centrale. Ha ragione Sabino Cassese che, dopo il calcolo elettorale nella gestione della pandemia, alla fine la pagheranno politici ed amministratori. Così all’assenza di programmazione e coordinamento che in questa fase difficile della vita nazionale da parte di Conte si è aggiunto il vizio periferico, ma non innocente, della gestione tutta politicizzata della reazione alla pandemia, con la conseguente pubblicità quotidiana non ha fatto calcolare il costo di una sovraesposizione mediatica che è finita per ritorcersi sugli stessi politici (De Luca, in primis) divenuti capri espiatori per ogni errore. Non bastavano certo otto mesi per ricostruire la sanità campana, da decenni in prognosi riservata, dopo essere usciti dalla fase del commissariamento con circa 15mila unità di personale sanitario in meno. Certo, non potevano bastare otto mesi, a partire dalla misura più elementare per rimettere in sesto almeno i pezzi più lesionati della sanità campana: come è stato rafforzato il territorio a partire dalle unità di continuità assistenziale, le cosiddette Usca, proprio per la gestione domiciliare dei pazienti Covid? E poi, le terapie intensive. Se ne contavano già poche all’inizio della pandemia, se ne contano ancor meno nella seconda ondata anche perché spesso i bandi di gara sono modulati su tempi troppo lunghi rispetto alla gestione di una tragica emergenza e vissuta dai responsabili con la sindrome della firma che spesso paralizza opere dell’emergenza che esigono tempi certi e ravvicinati.

Delle Usca si son perse le tracce, dei reparti di terapia intensiva si fatica a contarne di nuovi per carenze di personale tanto da invocare l’aiuto della Protezione Civile. Si è puntato tutto sugli ospedali, senza sapere che il contrasto al contagio è sul territorio, con quei vecchi sistemi di “medicina di vicinato” indebolita da anni e che non è stato affatto sostituita dalle Immuni di turno, la cui impopolarità è stata ampiamente certificata. E per non parlare dalla emergenza-tamponi che, in Veneto, invece, non vi è stata grazie all’intuizione del virologo Crisanti. Qui in Campania, al di là delle incredibili file fin dalle prime ore del mattino, non ha funzionato sia per l’assenza di laboratori ospedalieri di microbiologia molecolare sia per la carenza di personale altamente specializzato e qualificato a gestire operazioni così complesse (ai pochi medici, biologi che fanno funzionare i laboratori un giorno dovremo riconoscere un eroismo silenzioso, da notte e giorno senza soluzioni di continuità). Ora tutti gli ospedali chiedono i macchinari per i tamponi. Ma chi li farà funzionare?

Intanto, è esplosa la rabbia di piazza a Napoli. Al di là di proteste inaccettabili e violente per chi tenta di speculare sulla disperazione, c’è da tutelare il popolo comune con la pacata insoddisfazione che manda il paese avanti nei giorni della tragedia. A partire dai ristori promessi per le categorie che avranno ulteriori danni economici dalle misure appena accennate. Conte ha detto che martedì saranno già pronte le misure dei risarcimenti. Potrebbe essere un passo verso la ripresa di fiducia tra istituzioni e cittadini su una difficile strada.