IL REPORT

«Allarme alluvioni nel Salernitano? Falso» E i fondi vanno altrove...

Per l’Ispra solo 19mila persone nella nostra provincia sono in fasce a rischio. E dopo 30 anni di fondi strutturali “a pioggia” rimane il problema degli argini

Qui i conti non quadrano. Ogni anno osserviamo interi pezzi di provincia sommersi e danneggiati dalle piogge. Eppure, secondo i dati ufficiali, non siamo fra i territori nazionali peggiori per le alluvioni. Fatto strano. Per le frane sì, svettiamo ai livelli nazionali: quasi 600mila persone risiedono nelle aree sensibili. Invece per il “rischio idraulico” (le inondazioni, per intenderci) ce la passiamo abbastanza bene. Così dicono almeno le tavole statistiche, che non ci servono quando troviamo la strada chiusa o il fango nel negozio, ma fanno testo negli uffici che smistano milioni per prevenire quei problemi (senza riuscirci).
Alluvioni in numeri. “Solo” 19.700 persone della nostra provincia (1,8% della popolazione totale) risultano residenti nelle aree molto alluvionabili, dove gli eventi significativi possono ritornare fra 20 e 50 anni. È lo scenario P3, il grado basilare di una scala che comprende i livelli P2 (eventi ripetibili entro 100 anni) e P1 (fenomeni eclatanti). Le aree P3 del Salernitano coprono 92 chilometri quadrati, il 2% del territorio complessivo. Questi dati sono contenuti nel rapporto 2018 dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione ambientale), che assembla i dati statistici e le informazioni fornite dalle Autorità di bacino, che a loro volta mappano i corsi d’acqua. Altro fatto curioso: la rilevazione non è standardizzata nelle varie regioni.
Differenze di metodo. Il Rapporto Ispra 2018 rileva che la mappa nazionale della pericolosità idraulica denota “una certa disomogeneità legata al reticolo idrografico di riferimento che è stato oggetto di perimetrazione: in alcune porzioni del territorio nazionale è stato modellato soprattutto il reticolo principale, in altre è stato indagato con grande dettaglio anche il reticolo secondario collinare e montano (esempio Valle d’Aosta) o il reticolo secondario di pianura (esempio canali di bonifica, Emilia-Romagna)”. La questione non è solo tecnica: l’approccio determina le tavole statistiche e la destinazione delle risorse. Ma non è solo questo.
Prima dei 20 anni. Aspettiamo ancora un Leonardo dell’idrogeologia che riesca a creare un metodo unico per valutare gli effetti materiali delle precipitazioni, superando distinzioni e catalogazioni che possono essere fuorvianti. Come abbiamo visto, il livello minimo delle inondazioni (P3) riguarda gli eventi che possono ripetersi nell’arco di 20/50 anni. Ma ormai gli episodi viaggiano a ritmi più serrati. Sembra ieri – e in effetti accadeva due anni fa – che 36 ore di pioggia causavano danni per 290 milioni in Campania. Nel 2015 andò sott’acqua mezza provincia di Benevento (altri 120 milioni), eppure solo lo 0,9% del territorio locale e il 2,2% della popolazione rientrano nello scenario P3. Potremmo continuare con le brevi tappe a ritroso, ma fermiamoci un attimo.