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Una Liberazione “continua”: il dovere di limite al potere

di Cecchino Cacciatore
Una Liberazione “continua”: il dovere di limite al potere

Il 25 aprile pone una domanda che ritorna ogni anno: che cosa significa oggi liberazione? E, soprattutto, da cosa dobbiamo ancora liberarci?
Nella sua origine storica, è il giorno in cui l’Italia si è sottratta all’oppressione del nazifascismo, scegliendo la via della democrazia, della dignità e della Costituzione.
La Liberazione, però, non è un fatto compiuto una volta per tutte: è un esercizio costante di vigilanza contro ogni forma di potere che tenda a comprimere la libertà.
Oggi viviamo in un mondo attraversato da conflitti che sembrano riportarci a logiche di forza e dominio. Le guerre, le crisi internazionali, l’uso disinvolto della violenza mostrano quanto fragile sia la pace.
In un tale scenario, il 25 aprile torna con una voce più esigente: non basta ricordare chi ha combattuto per la libertà, occorre comprendere come difenderla anche adesso rinnovando il nostro impegno, dentro un ordine globale instabile.
La promessa occidentale di progresso e universalizzazione dei diritti si incrina, lasciando spazio a una fase incerta in cui la forza contende spazio alla ragione. Da un lato ci si radica nei territori, dall’altro si tenta di espandere la propria sovranità, mentre altrove concentrazioni tecniche ed economiche sfuggono al concetto tradizionale di rappresentanza.
A ciò si aggiunga la crescente affermazione di governi che piegano il concetto stesso di democrazia, in quanto portatori di visioni securitarie e identitarie che comprimono diritti e garanzie.
Emblematica è, in tal senso, la torsione impressa al diritto di difesa in materia di immigrazione, di soggetti fragili.
Quando una norma subordina il compenso del difensore all’esito della “partenza” dello straniero, non si limita a disciplinare una procedura: lascia intravedere una precisa idea del potere. Non si tratta più di garantire una difesa, ma di orientarne il risultato. Il compenso non remunera la prestazione professionale, ma la sua conformità all’interesse dell’amministrazione.
Si altera così la funzione stessa dell’avvocato: non più garante di un diritto di libertà, ma facilitatore di una procedura voluta dal potere e con essa si incrina l’articolo 24 della Costituzione, che non tutela certo una difesa meramente formale, ma una difesa effettiva, cioè indipendente. Una difesa capace anche di opporsi, di contrastare, di interrompere proprio la pretesa linearità di quel potere.
Non si tratta, peraltro, non è un episodio isolato. È il sintomo di una tendenza più ampia. La vorticosa alternanza tra pulsioni securitarie senza garanzie e garantismo irrealizzabile produce un solo risultato: inefficienza di sistema. Né sicurezza, né diritti.
Si continua a rispondere a problemi complessi con l’automatismo dell’inasprimento sanzionatorio, della moltiplicazione delle fattispecie di reato e dell’espansione del carcere. Eppure le cause del sovraffollamento carcerario sono note: l’allungamento delle pene, il ricorso eccessivo alla custodia, la presenza diffusa di marginalità sociali. Tutto ciò, però, non significa affatto più sicurezza, ma garanzie più fragili.
Da non trascurare il rapporto tra politica e autorità morali. Alla guida spirituale non si chiede certo di entrare nelle contese politiche, ma il dovere indiscusso di esercitare fino in fondo il richiamo alla pace: non una pace generica, ma una pace che sappia nominare le responsabilità e rifiutare la violenza. In tempi come questi, la neutralità rischia di essere percepita come insufficienza.
E ciò vale anche per una laicità matura: riconoscere il valore universale di una parola morale non significa confondere i piani, ma comprendere che, quando la violenza diventa linguaggio politico, ogni richiamo al limite e alla dignità umana supera le appartenenze.
Il 25 aprile restituisce, allora, una verità necessaria: la libertà non è mai garantita, la pace non è mai acquisita, la convivenza civile è sempre precaria. Si richiede, dunque, responsabilità vigile.
Ecco perché la Liberazione non è solo passato. È una scelta. E ogni generazione è chiamata a rifarla.
Una scelta che misura la qualità delle nostre istituzioni: la verifica diuturna ed incessante della capacità delle regole di resistere alle emergenze, della fedeltà quotidiana ai principi costituzionali, della tenuta delle garanzie anche quando appaiano scomode.
In conclusione, Liberazione continua: non come memoria, ma come dovere quotidiano di limite al potere.

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