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Fonderie Pisano, il fuoco spento: «Ridateci il lavoro»

di Eleonora Tedesco
Gli operai in presidio a Fratte tra rabbia e rassegnazione: «Non possiamo arrenderci: ora un posto per la nuova fabbrica»
Fonderie Pisano, il fuoco spento: «Ridateci il lavoro»

Dopo mesi di lavoro con il contratto di solidarietà, finalmente erano arrivati ordini e commesse che avrebbero potuto consentire di ritornare a stipendi pieni, senza dover più ricorrere agli ammortizzatori sociali. Ma ora è troppo tardi: le Fonderie Pisano sono chiuse e i 150 lavoratori non hanno più alcun sussidio. Il giorno dopo la pronuncia del Tar Salerno che, richiamandosi alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha confermato la decisione della Regione Campania di negare l’Aia allo stabilimento determinandone la chiusura, il clima è teso e pesante. Gli operai si sono ritrovati tutti nel piazzale della fabbrica di Fratte dove da venti giorni sono in presidio. Si parlano a gruppetti, hanno gli sguardi perduti. «Loro ci hanno tolto il lavoro e loro devono ridarcelo», si sfoga uno degli addetti, riferendosi non soltanto al diniego dell’Aia ma anche all’impegno assunto al tavolo a Napoli di convocare la proprietà per sondare la possibilità concreta di accompagnamento alla delocalizzazione. «Forse Pisano avrebbe dovuto spostare la fonderia 10 anni fa e oggi non ci troveremmo in questo stato…», gli fa eco un altro lavoratore.

Divisi tra la rabbia contro la Regione Campania e la difficoltà di comprendere le reali intenzioni degli imprenditori, sono come un pendolo che oscilla tra il totale disfattismo e la necessità, comunque, di non poter mollare adesso. «Abbiamo incontrato la proprietà che ci ha comunicato la necessità di avere un periodo di riflessione che serve ai legali per comprendere come reagire a questa ennesima batosta che, per quanto riguarda noi lavoratori, era inaspettata. Non dico che è stato un fulmine a ciel sereno perché – spiega Mimmo Volpe, Rsu delle Fonderie Pisano – il cielo già non era sereno però confidavamo molto nella giustizia. Invece, leggendo la sentenza, è evidente che sono arrivate risposte totalmente differenti. Noi però andiamo avanti, non possiamo mollare, questa fase è ancora più buia di quanto ci aspettassimo ma siamo pronti a portare avanti le nostre rivendicazioni a partire dall’incontro al Ministero».

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