Tre anni consecutivi di industria italiana in calo. Auto e moda tra i comparti più giù. Che fotografia è, Cavaliere?
È una fotografia che non puoi più liquidare come “fase”. Tre anni sono un messaggio. Significa che la produzione perde spinta, che gli ordini faticano, che gli imprenditori rimandano investimenti perché non vedono una traiettoria chiara. E quando i settori che trascinano tutto il resto rallentano, il Paese non si indebolisce a colpi di titoli: si indebolisce a colpi di buste paga, di capannoni che lavorano meno, di competenze che si disperdono.
Lei collega questa traiettoria alle scelte europee. Perché?
Perché negli ultimi anni l’Europa ha fatto una cosa molto semplice, e molto pericolosa: ha aumentato i costi e ridotto la libertà di manovra delle imprese. Ha messo target, scadenze, obblighi, rendicontazioni. Ma non ha messo la stessa energia nel difendere le filiere, nell’abbassare il costo dell’energia, nel rendere competitivo produrre qui. Così succede una cosa ovvia: chi può sposta produzione, chi non può stringe i denti finché regge.
Qual è l’errore di fondo, secondo lei?
L’idea che basti scrivere la direzione su un foglio per cambiare la realtà. Una transizione si costruisce con impianti, investimenti e tempi coerenti. Non con un calendario. Se imponi una trasformazione enorme e contemporaneamente lasci il sistema con energia cara, burocrazia pesante e concorrenza esterna che gioca con regole diverse, stai facendo un esperimento sulla pelle dell’industria italiana.
Sull’automotive il colpo è evidente. Cosa non ha funzionato, Cavaliere De Rosa?
È mancata la gradualità, ed è mancata la neutralità tecnologica. Quando trasformi una scelta in un binario unico, ti prendi un rischio gigantesco. L’auto è una filiera lunga: componentistica, acciaio, chimica, trasporti, servizi. Se la filiera non è pronta, se le infrastrutture non sono pronte, se l’energia non è competitiva, il risultato non è “auto più pulite”. È industria più debole e più dipendenza da chi produce altrove.
Quindi non è una critica all’elettrico in sé.
Esatto. Il tema è industriale. L’elettrico può crescere, ma non può diventare l’unica porta d’ingresso, subito, per tutti. E soprattutto non puoi chiedere all’Italia di correre con una zavorra addosso mentre altri corrono con incentivi, energia più economica e filiere già costruite.
Stati Uniti e Cina hanno approcci diversi. Che differenza vede, Cavaliere?
Vedo che loro proteggono l’interesse industriale senza complessi. Gli Stati Uniti mettono soldi e condizioni per produrre dentro casa. La Cina pianifica filiere e scala industriale. Noi, invece, abbiamo creduto che il mercato avrebbe sistemato tutto, mentre alzavamo il livello di complessità e di costo per chi produce. È una partita in cui entri con una mano legata e poi ti sorprendi se perdi.
Anche moda e tessile italiani sono in sofferenza. Qui la questione è diversa.
Qui pesa l’ambiente generale. Se sei una PMI e ti trovi ogni anno una nuova richiesta, un nuovo standard, un nuovo adempimento, è come correre con lo zaino pieno di pietre. Moda e tessile vivono di rapidità e margini non infiniti. Se sommi energia, burocrazia e incertezza, la competitività si erode. E quando la domanda rallenta, quei costi non li scarichi: te li tieni.
In Europa si sente spesso dire “nel lungo periodo saremo più competitivi”.
Il lungo periodo è una frase comoda. Ma le aziende chiudono i conti adesso. Se nel frattempo perdi produzione, perdi fornitori e competenze, poi non torni indietro con un documento di strategia. La competitività è una rete: se si strappa, ricucirla costa anni.
Qual è il rischio per l’Italia, Cavaliere De Rosa?
Che l’Italia diventi un Paese che consuma prodotti industriali ma ne produce sempre meno. E sarebbe un colpo al nostro modello sociale ed economico: distretti, filiere, lavoro qualificato. Non siamo un’economia che può vivere solo di servizi. Se perdi industria, perdi anche la capacità di reggere le crisi.
Se potesse cambiare tre cose domani mattina, quali sarebbero, Cavaliere?
Energia competitiva, perché senza energia la manifattura è fragile. Neutralità tecnologica vera, per innovare senza essere messi all’angolo. E meno burocrazia con più politica industriale: filiere, investimenti, protezione intelligente e regole che non penalizzino chi produce in Italia.
Un messaggio finale.
L’Italia non può pagare il prezzo di un’Europa che regola molto e costruisce poco. La transizione si può fare, ma con realismo. Altrimenti non “cambiamo” l’industria: la perdiamo.

