Il Check-up Mezzogiorno di Confindustria e SRM parla di un PIL in crescita del 7,7% tra 2019 e 2024, più del Nord. Cavaliere Domenico De Rosa, è un cambio di passo strutturale?
È un segnale forte e va riconosciuto. Ma non lo chiamerei ancora strutturale in automatico. La crescita nasce dall’incrocio tra risorse straordinarie, PNRR, strumenti come la ZES e una parte di imprese che ha scelto di investire. La domanda decisiva è se questa traiettoria regge anche quando la spinta eccezionale si attenua.
Quali sono, secondo lei, i tre motori principali di questo risultato?
Il primo è l’investimento pubblico, quando viene messo a terra e non resta sulla carta. Il secondo è la ZES, perché introduce tempi più rapidi e una logica pro competitività. Il terzo è l’impresa meridionale che ha continuato a fare export, qualità e innovazione nonostante i freni storici. Quando queste tre cose si allineano, il Sud accelera.
Cavaliere De Rosa, il rischio è che questa crescita sia legata solo ai fondi e quindi non replicabile?
Il rischio c’è ed è proprio qui che si gioca la credibilità del percorso. I fondi sono un acceleratore, non un motore permanente. Se non si trasformano in produttività, infrastrutture operative e capitale privato che resta, l’effetto può essere un picco seguito da un rallentamento. Il punto è usare ogni euro come leva per rendere conveniente restare e investire.
Cosa manca ancora al Mezzogiorno per consolidare il trend e non tornare indietro?
Mancano due cose molto concrete, continuità delle regole e capacità esecutiva. Le imprese temono l’incertezza, più ancora del costo. Serve una macchina amministrativa che decida, autorizzi e controlli in tempi certi. E serve una visione industriale che duri oltre le stagioni politiche.
In quali settori vede le opportunità più solide per il Sud nei prossimi anni?
Logistica e manifattura evoluta, energia e filiere collegate, agroindustria di qualità, economia del mare, turismo ad alto valore. Ma non basta dire settori promettenti. Servono connessioni, porti e retroporti efficienti, intermodalità vera, e formazione tecnica che risponda alle imprese.
Cavaliere, la ZES è stata davvero la svolta o è un’etichetta che funziona solo nei convegni?
Se funziona è una svolta, se resta un’etichetta è solo comunicazione. La ZES ha senso quando riduce davvero i tempi, rende prevedibili i processi e costruisce un vantaggio competitivo misurabile. Il Mezzogiorno non ha bisogno di narrazioni, ha bisogno di procedure che non diventino ostacoli.
Quanto pesa la logistica nella capacità del Sud di trasformare crescita in sviluppo duraturo?
Pesa tantissimo. La logistica non è un settore di servizio, è una condizione di competitività. Se un’impresa non ha tempi certi, collegamenti efficienti e costi di trasporto sostenibili, perde mercato. Il Sud ha una posizione geografica straordinaria, ma deve renderla una piattaforma operativa, non solo una vocazione.
Che cosa chiede, in concreto, alla politica nazionale per non disperdere questa finestra storica?
Chiedo poche cose ma decisive, stabilità normativa, semplificazione reale, infrastrutture che si finiscono, non che si annunciano. E una regola semplice, chi investe e crea lavoro non deve essere trattato come un soggetto da frenare, ma come un alleato dello Stato.
Cavaliere De Rosa, perché oggi è fondamentale rendere strutturali le misure di sostegno e incentivazione per chi investe nel Mezzogiorno?
Perché l’impresa decide sul lungo periodo. Nessuno imposta un piano industriale, un insediamento produttivo o una piattaforma logistica con regole che scadono tra dodici o ventiquattro mesi. Se vogliamo che il Mezzogiorno attragga capitale vero, quello che resta, dobbiamo trasformare gli incentivi da finestra a sistema. La crescita si consolida solo quando l’investitore percepisce stabilità, non quando rincorre bandi.
Cosa vuol dire, concretamente, rendere strutturali questi strumenti?
Vuol dire durata e prevedibilità. Durata almeno decennale, con regole semplici, automatiche e verificabili. Devono restare stabili soprattutto tre leve, fiscalità di vantaggio legata a investimenti e occupazione, semplificazione autorizzativa con tempi certi, e incentivi agli investimenti produttivi e alla logistica intermodale. Se ogni governo riscrive i meccanismi, il capitale si sposta altrove.
Cavaliere, qual è il rischio se queste misure restano temporanee?
Il rischio è quello che abbiamo già visto in passato, accelerazioni brevi e poi frenate. Si crea una economia a strappi, che vive di scadenze. Le imprese si adattano, ma non radicano. E senza radicamento non c’è filiera, non c’è indotto stabile, non c’è lavoro qualificato che resta sul territorio. La discontinuità è la tassa più pesante che il Sud abbia pagato negli ultimi decenni.
Come si risponde a chi dice che rendere strutturali questi strumenti significa assistenzialismo permanente?
Si risponde con una parola, condizionalità. Non deve essere assistenza, deve essere competitività. Le misure strutturali vanno legate a investimenti reali, assunzioni, export, innovazione e incremento di produttività, con tracciabilità dei risultati. Se premi chi produce valore e crea lavoro, non stai assistendo, stai facendo politica industriale.
Cavaliere De Rosa, qual è il messaggio conclusivo che vuole lasciare ai lettori?
Che il Mezzogiorno non ha bisogno di essere salvato, ha bisogno di essere messo in condizione di competere. Se vogliamo che il Sud non sia più un tema ma un motore, dobbiamo smettere di trattarlo come un’emergenza ciclica. Stabilità, tempi certi e condizioni competitive. Rendere strutturali gli strumenti significa trasformare un’occasione in un destino industriale.

