Dalla sparatoria di Rogoredo al nodo della certezza delle regole: il Cavaliere Domenico De Rosa chiede tutela operativa, tempi rapidi e strumenti di trasparenza.
Cavaliere De Rosa, la cronaca di Rogoredo ha riacceso un conflitto tra sicurezza, garantismo e processo mediatico. Qual è il rischio più grande, oggi, per il Paese?
Che si rompa il patto con chi ci protegge. Accertare i fatti è doveroso, ma se trasformiamo ogni episodio complesso in un verdetto emotivo immediato, indeboliamo lo Stato nei luoghi dove dovrebbe essere più forte e lasciamo soli gli operatori.
La parola “omicidio volontario” ha un peso enorme nell’opinione pubblica. Che effetto produce quando diventa titolo?
Produce una marchiatura istantanea. Nel linguaggio comune diventa un’etichetta e l’etichetta diventa gogna. Così la discussione smette di essere tecnica e diventa tifoseria: il contrario di ciò che serve quando in gioco ci sono sicurezza pubblica e fiducia nello Stato.
Cavaliere, qual è la sua linea netta, senza ambiguità, in un caso come questo?
Rispetto per la vita umana e accertamento rigoroso dei fatti, sempre. Ma sostegno pieno alle nostre forze dell’ordine, perché senza una forza pubblica credibile e tutelata non esiste ordine, e senza ordine non esistono libertà, lavoro e impresa.
Uno Stato serio, dice lei, deve tenere insieme due verità. Quali sono?
La prima: la forza pubblica va controllata e giudicata, sempre, perché il monopolio della forza è sostenibile solo dentro regole chiare e verificabili. La seconda: la forza pubblica va protetta quando opera in contesti ad altissimo rischio, dove la differenza tra minaccia reale e apparente può essere indistinguibile per chi ha mezzo secondo per decidere.
Quando parla di “mezzo secondo” in strada, a cosa si riferisce concretamente?
A buio, distanza ravvicinata, stress, rumore, imprevedibilità. In quelle condizioni la percezione della minaccia è parte del fatto da valutare. È per questo che servono perizie e ricostruzioni tecniche, non processi mediatici.
Cavaliere De Rosa, lei parla di un doppio vincolo che produce disincentivo operativo. Qual è?
Pretendiamo sicurezza perfetta nelle aree difficili e, insieme, pretendiamo errore zero da chi interviene in condizioni impossibili. Il risultato è tossico: paura di esporsi, attendismo, burocrazia difensiva. E quando lo Stato arretra anche solo psicologicamente, il vuoto non resta vuoto.
C’è chi sostiene che difendere la divisa significhi “coprire tutto”. Come risponde?
Che è falso e offensivo. Difendere significa pretendere regole certe, strumenti chiari, procedure trasparenti, tempi rapidi. La vera tutela non è l’impunità: è la verità accertata presto e bene, e l’operatore non lasciato per anni in un limbo che logora persone e istituzioni.
Lei insiste sulle “decisioni che devono avere conseguenze”. Perché questo punto è decisivo per la sicurezza?
Perché uno Stato credibile è uno Stato che esegue. Se esistono regole, devono valere davvero. Se c’è un provvedimento, deve essere attuato. Quando le decisioni restano sulla carta, cresce la sfiducia e la legalità diventa un concetto astratto.
Cavaliere, in che senso la sicurezza è “economia reale”?
Nel senso più concreto: continuità operativa, persone che lavorano senza paura, servizi che funzionano, territori attrattivi. Se un’area diventa sinonimo di rischio, chi deve investire e creare lavoro ci pensa due volte. Senza sicurezza non c’è società. E senza società non può esserci alcun tipo di impresa.
Sul piano delle soluzioni, quali misure metterebbe subito sul tavolo per ridurre ambiguità e tensione?
Tempi certi per perizie e accertamenti nei fatti in servizio. Assistenza legale immediata e automatica per chi agisce in servizio, con regole chiare. Bodycam e tracciabilità operativa nei contesti ad alto rischio: tutelano cittadini e tutelano agenti. E una comunicazione istituzionale sobria nelle prime 24–48 ore: rispettosa della vittima e dell’operatore, orientata a una sola cosa, accertare.
Cavaliere De Rosa, qual è il principio culturale che, secondo lei, stiamo perdendo?
La presunzione di innocenza, che vale per tutti. Anche per chi porta una divisa. Se la neghiamo proprio a chi tutela l’ordine pubblico, mandiamo un messaggio devastante: la sicurezza è dovuta, ma chi la garantisce è sacrificabile. Così si indebolisce lo Stato.
Cavaliere, chi paga se quel patto tra Stato e cittadini si sfalda davvero?
Non lo paga “la politica” in astratto. Lo pagano famiglie, lavoratori, quartieri, periferie. Lo paghiamo tutti. Ecco perché la posizione deve essere netta: accertamento rigoroso dei fatti e rispetto per la vita umana, ma sostegno pieno alle nostre forze dell’ordine. Perché senza ordine non c’è libertà, e senza sicurezza non esiste impresa.

