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De Rosa: «Lo psicodramma Davos. E l’Europa rimane ferma»

Il Cavaliere: «L’Ue apparsa come un continente che ragiona ancora per processi e dichiarazioni»
De Rosa: «Lo psicodramma Davos. E l’Europa rimane ferma»

Cavaliere De Rosa, perché definisce “psicodramma europeo” quello visto a Davos?
Perché l’Europa è apparsa come un continente che ragiona ancora per processi e dichiarazioni, mentre il mondo si muove per decisioni, potenza e tempi stretti. E quando la competizione globale accelera, la distanza tra chi guida e chi reagisce diventa evidente, quasi dolorosa.

Donald Trump è stato il protagonista. Qual è stata la strategia più chiara emersa dal suo intervento?
La strategia del negoziatore: massima leva, massima pressione, obiettivo di leadership. Sul tema Groenlandia, ad esempio, ha cambiato tono in modo molto netto e ha detto testualmente: “People thought I would use force, but I don’t have to use force. I don’t want to use force. I won’t use force”. È un messaggio preciso: niente forza militare, ma una trattativa impostata come questione strategica e di sicurezza.

Trump ha usato anche parole dure sull’Europa.
Sì. In un passaggio centrale ha detto: “I love Europe… but it’s not heading in the right direction”. È un modo per mettere l’Europa nella posizione di chi deve dimostrare solidità e coerenza, non di chi imposta la direzione.

E verso Macron? Si è avvertita un’irritazione particolare.
Non è stata solo irritazione: è stata anche svalutazione. Trump lo ha preso in giro pubblicamente durante il suo discorso, tornando sull’episodio degli occhiali da sole e commentando con sarcasmo: “What the hell happened?”. Quando un leader diventa oggetto di ironia su quel palco, non è un dettaglio: è un segnale politico.

Lei sostiene che la leadership di Macron sia debole e che stia indebolendo la Francia da anni.
È il mio giudizio, e nasce da una cosa semplice: la Francia, oggi, fatica a essere perno europeo. E quando la Francia si indebolisce, l’Europa perde una gamba. I dati mostrano una pressione strutturale: nel 2024 il deficit pubblico francese ha raggiunto il 5,8% del PIL. E a fine terzo trimestre 2025 il debito pubblico è salito al 117,4% del PIL secondo INSEE. Sul fronte crescita, l’IMF prevede rallentamento a 0,6% nel 2025 e 1,0% nel 2026, con rischi al ribasso legati a incertezza e frammentazione geoeconomica. In questo quadro, la leadership “oscillante” pesa: perché rende più difficile trasformare l’ambizione politica in forza reale.

Eppure Macron a Davos ha difeso l’ordine internazionale e le regole.
Sì, e alcune frasi sono state forti. Ha detto che l’Europa non deve “passively accept the law of the strongest, leading to vassalization and bloc politics” e ha aggiunto che una postura solo morale, fatta di commento, ci condannerebbe a “marginalization and powerlessness”. È un discorso lucido. Il problema è che oggi, nel mondo reale, oltre alle parole servono velocità, compattezza e capacità di esecuzione.

A Davos si è sentito anche Mark Rutte, nuovo Segretario Generale della Nato. Che messaggio ha dato all’Europa?
Un messaggio molto diretto: lo sbilanciamento con gli Stati Uniti sulla difesa è ancora enorme. E soprattutto ha attribuito a Trump un ruolo decisivo nell’aver forzato l’accelerazione europea, dicendo: “No way. Without Donald Trump, this would never have happened”. È la fotografia di una verità scomoda: l’Europa parla di autonomia, ma spesso si muove davvero solo quando arriva la spinta esterna.

Zelensky ha fatto un discorso durissimo contro l’Europa. Che cosa ha detto esattamente?
Ha usato parole taglienti e memorabili. Ha definito l’Europa “a beautiful but fragmented kaleidoscope of small and middle powers” e ha aggiunto che “Europe looks lost, trying to convince the U.S. president to change”. Il suo è stato un richiamo all’efficacia: l’Europa è attraente, ma divisa; importante, ma spesso lenta e indecisa. Questo, per un Paese che vive la guerra sulla pelle, diventa intollerabile.

Qual è la sintesi finale di Davos, secondo lei?
Che siamo entrati in una fase in cui contano potenza e tempi. Trump tratta da leader globale e sposta l’asse del dibattito, la NATO conferma che il baricentro resta americano, Macron difende le regole ma fatica a rappresentare forza, Zelensky misura l’Europa sull’unità e sull’azione.

E cosa dovrebbe fare l’Europa per non restare intrappolata in questo psicodramma?
Smettere di vivere di riflessi. Servono decisioni rapide, una base industriale competitiva, energia e filiere robuste, e una credibilità strategica che non sia solo dichiarata. Perché nel 2026 non basta essere “belli”: bisogna essere capaci di incidere.

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