Sulla manovra 2026 il Cavaliere Domenico De Rosa riconosce il poco margine disponibile e difende la linea del Governo. Il giudizio più duro, però, è per l’Europa e i suoi governanti, capaci di imporre vincoli e molto meno di costruire condizioni di competitività. Al centro, una parola che per le imprese vale più di qualsiasi slogan: stabilità.
Cavaliere De Rosa, Lei insiste molto su un concetto che sembra banale e invece è decisivo. La stabilità. Perché?
Perché per un’impresa la stabilità non è “comfort”. È infrastruttura invisibile. È ciò che rende possibile investire, assumere, pianificare, firmare contratti pluriennali, finanziare innovazione. Senza stabilità, il capitale si ritira, i progetti si accorciano, e anche il lavoro diventa più fragile. Da imprenditore Le dico una cosa netta: la stabilità vale più di un incentivo spot, più di un bonus una tantum, più di un annuncio. È la base su cui poggia tutto.
Che cosa intende, concretamente, quando parla di stabilità?
Intendo regole leggibili e non mutevoli ogni stagione. Intendo fiscalità prevedibile. Intendo tempi amministrativi certi. Intendo energia a costi non schizofrenici. Intendo un quadro geopolitico che non trasformi la logistica e i mercati in una roulette quotidiana. Quando queste variabili oscillano, l’impresa non “ci perde un po’”. Cambia proprio comportamento. Riduce gli investimenti, rinvia assunzioni, si copre, alza prezzi, accumula scorte, aumenta i margini di sicurezza. E tutto questo, alla fine, lo paga il Paese.
Quindi la stabilità non è un concetto astratto, ma un moltiplicatore economico?
Esattamente. È un moltiplicatore di produttività e fiducia. In un ambiente stabile si ragiona a tre-cinque anni. In un ambiente instabile si ragiona a tre mesi. E quando tutti ragionano a tre mesi, un sistema economico perde qualità, perde investimenti, perde anche etica del lavoro, perché si entra nella logica del “tiriamo a campare” invece che del costruire.
Lei dice che l’Italia può fare tanto, ma non può fare tutto. È anche un discorso di stabilità?
Sì, perché l’Italia è dentro un perimetro stretto. La manovra 2026 punta a portare il deficit al 2,8% del PIL dal 3% del 2025. In parallelo il debito resta elevatissimo e viene stimato in aumento nel 2026. In questo quadro, la stabilità diventa anche prudenza. Significa evitare scosse inutili, evitare esperimenti azzardati, evitare politiche che danno e tolgono nel giro di pochi mesi.
Ed è per questo che Lei dice che, con poco spazio, il Governo ha fatto bene?
Sì. Con franchezza, lo dico. In un contesto vincolato, tenere una linea coerente e non traumatica è un servizio al Paese e al tessuto produttivo. La manovra è stata presentata come “seria e responsabile”. Da imprenditore, io considero la continuità un valore. Perché la continuità riduce il premio al rischio che si carica su imprese e famiglie.
Dove entra l’Europa in questa storia della stabilità?
Entra nel modo peggiore, spesso. Perché l’Europa chiede disciplina, ma non garantisce stabilità competitiva. La disciplina fiscale ha una sua logica e oggi l’UE ha ripristinato un quadro di governance fiscale con traiettorie pluriennali. Però l’Europa non è altrettanto efficace nel ridurre i fattori che creano instabilità reale, energia, infrastrutture, burocrazia, tempi decisionali. E questo è il punto politico. Pretendere stabilità di bilancio senza costruire stabilità economica è un esercizio incompleto.
Qual è la conseguenza sociale di questa instabilità?
La conseguenza è che la società si irrigidisce. Cresce diffidenza, cresce polarizzazione, cresce la sensazione che “si paghi sempre e non si migliori mai”. E quando le persone percepiscono solo costi e incertezza, prima o poi non reggono più né la transizione né la retorica.
In un titolo. Per Lei, qual è la vera promessa che un governo dovrebbe fare alle imprese nel 2026?
Una promessa semplice e seria: “non vi cambieremo le regole ogni sei mesi”. Perché quello, più di ogni altra cosa, libera investimento. E dove c’è investimento, c’è lavoro. Dove c’è lavoro, c’è coesione sociale.

