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Marzia torturata e uccisa: indagini chiuse

di Carmine Landi
La Vacchiano e Noschese rischiano l’ergastolo per le vessazioni volte a causare la morte e per aver premeditato l’omicidio
Marzia torturata e uccisa: indagini chiuse

Hanno torturato Marzia Capezzuti, causandone volontariamente la morte, ed hanno premeditato d’ucciderla. Circostanze aggravanti, tra le innumerevoli contestate a Mariabarbara Vacchiano, 46 anni, e al marito Damiano Noschese, 37, entrambi di Pontecagnano Faiano, che implicano la possibile pena dell’ergastolo. Sono finite nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari a firma di Licia Vivaldi, sostituto procuratore titolare del fascicolo d’inchiesta, notificato nei giorni scorsi ai due coniugi, in carcere a Fuorni da aprile scorso per l’omicidio della 29enne milanese, perpetrato tra il 6 e l’8 marzo 2022. Non sono più assistiti da Pierluigi Spadafora: l’avvocato – che difende il loro figlio 15enne, imputato davanti al Tribunale per i minori per gli stessi reati – ha rinunciato ad assistere i due, ora patrocinati dai legali di fiducia Giovanni Gioia e Alessandro Pignataro.

Tortura e sequestro

Il forbito registro degli indagati (che inizialmente includeva pure la supertestimone Annamaria Vacchiano, il fratello Vito Vacchiano e gli amici di famiglia Gennaro Merola e Gennaro Pagano, che, a questo punto, potrebbero essere destinatari d’una richiesta d’archiviazione) s’è ridotto all’osso: sono rimasto solo i due coniugi, ai quali vengono contestati sei capi d’imputazione. Per la Vivaldi, i due avrebbero concorso nei reati pluriaggravati di maltrattamenti – anche con l’utilizzo di armi, nello specifico le pinze e le tenaglie adottate per strappare i denti alla giovane – contro una convivente con disabilità, di tortura, di sequestro di persona, d’indebito utilizzo di carta di credito, d’omicidio premeditato e d’occultamento di cadavere. Svariate le aggravanti a carico dei due indagati: spaziano, a vario titolo, dall’aver agito in tutti i casi (fuorché nell’assassinio e nell’occultamento del corpo) alla presenza del loro figlio di sette anni, dalla crudeltà e dall’aver ostacolato la difesa della vittima, ridotta a schiava.

Legata in ripostiglio

Hanno sottoposto Marzia, scrive il pm, «ad una condizione di assoggettamento al loro potere di disposizione, esercitando attributi del diritto di proprietà». Emergono altri dettagli sul brutale trattamento riservato alla giovane, che in quella casa al civico 24 di viale Verdi ha patito le pene dell’inferno, letteralmente imprigionata «nel ripostiglio di casa», all’interno del quale la Vacchiano e Noschese «la legavano con le mani dietro la nuca, privandola della libertà personale».

Il «fondato alibi»

Nel corposo – 15 pagine – avviso redatto dalla Vivaldi, viene ricostruito con dovizia di particolari il progressivo imbarbarimento che ha portato all’omicidio di Marzia. Mentendo ai genitori della ragazza e riferendo – con l’intento d’avere i documenti necessari per aprire un altro conto alle Poste dal quale poter comodamente prelevare la pensione d’invalidità della 29enne – che la giovane era incinta d’un inesistente “Peppe”, presso il quale s’era trasferita, la Vacchiano «si predeterminava, già nell’autunno del 2021, un fondato alibi».

L’omicidio premeditato

Fino al brutale omicidio per strangolamento. «Attraverso un’azione violenta – è la ricostruzione della Vivaldi – agli organi che presidiano le funzioni vitali». Un omicidio aggravato dalla premeditazione, perché «tutti i familiari, tra cui Vito Vacchiano, erano già a conoscenza che quella sera (la notte tra il 6 ed il 7 marzo 2022, ndr) sarebbero dovuti uscire per andare a fare “un servizio” e, nello specifico, “per andare a pressare una macchina”». Il pm lo definisce come «un programma criminoso teso ad uccidere Marzia Capezzuti». Un piano definito perché «venuti a conoscenza delle indagini in corso aventi ad oggetto i maltrattamenti subiti»: avrebbero premeditato d’assassinarla «al fine di occultare gli altri reati, allarmati dalle precarie condizioni psico-fisiche in cui versava la giovane donna». Così «deliberarono congiuntamente di dover spostare in piena notte la Capezzuti»: la portarono all’interno del casolare isolato in via del Querceto, a Santa Tecla di Montecorvino Pugliano. E la uccisero. D’altronde «la morte si sarebbe comunque alternativamente realizzata in considerazione dello stato di estrema debolezza della vittima, deliberatamente ed appositamente abbandonata essendo stata volontariamente privata di cure, cibo, acqua ed assistenza». Poi occultarono il cadavere. Il pm ha identificato come persone offese Ciro Di Pascale, Laura Vincitore e Denise Console, padre, madre e sorella di Marzia, patrocinati a vario titolo dagli avvocati Nicodemo Gentile, Antonio Cozza e Carmela Landi . Ed ha indicato le fonti di prova: ci sono, oltre alle intercettazioni e alle deposizioni, pure le trascrizioni di colloqui successivi agli arresti. Ora gli indagati potranno chiedere d’essere interrogati o depositare memorie difensive: a quel punto il pm – ovviamente – chiederà il rinvio a giudizio.

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