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Microplastiche nei nostri piatti

di Antonella Petitti
Ne mangiamo all’anno circa 250 grammi
Microplastiche nei nostri piatti

I polimeri sintetici sono comparsi intorno al 1860, ma è stato solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che è iniziato davvero il boom della plastica. Inizialmente concepita come una evoluzione positiva, oggi la plastica è diventata una vera minaccia per l’ambiente e anche per la salute. Presente in tutti gli ecosistemi dell’ambiente, anche il contatto tra il cibo e l’imballaggio è spesso causa di trasferimenti reciproci tra contenitore e contenuto. La qualità dei prodotti alimentari è, quindi, influenzata anche dall’interazione con le sostanze presenti nella composizione dell’imballaggio. Ragion per cui è bene fare attenzione ai materiali in cui il cibo viene conservato o venduto.

La presenza di microplastiche è stata rilevata ovunque nei diversi ecosistemi e persino nel nostro sangue. Piogge e nevicate contengono un numero significativo di microplastiche, talvolta invisibili a occhio nudo. L’acqua rappresenta uno dei principali veicoli per l’esposizione cronica alle microplastiche perché viene consumata quotidianamente ed è senza dubbio la fonte più importante di tali componenti nella nostra dieta. Le bottiglie di plastica e i tappi utilizzati nell’acqua in bottiglia possono anche costituire fonti di microplastiche nell’acqua potabile.

Quanta plastica mangiamo?

Secondo uno Studio dell’Università di Newcastle, ogni settimana ingeriamo fino a 2.000 piccoli frammenti, equivalenti a circa 5 grammi, il peso di una carta di credito. Annualmente, la media di assunzione si attesta oltre i 250 grammi. La maggior parte di queste particelle, che misurano meno di 5 millimetri, viene assorbita attraverso l’acqua che consumiamo, sia proveniente da bottiglie che dal rubinetto.

Benché i prodotti del settore ittico risultino essere tra i più contaminati, non fanno eccezione il sale da cucina, il latte, il miele, il riso, lo zucchero, la frutta e la verdura. La fonte di contaminazione nei pesci, molluschi e crostacei è chiaramente identificata come proveniente dal mare. L’origine delle microplastiche riscontrate negli altri prodotti risulta meno definita, anche se si sospetta possa derivare principalmente dalle pellicole di confezionamento e dagli imballaggi.

L’impatto sulla salute delle persone

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), gli impatti delle microplastiche sull’uomo possono manifestarsi attraverso rischi di natura fisica, chimica o microbiologica. In questo scenario il dibattito tra riciclo e riuso assume un ruolo centrale. Partiamo da un dato: benché la teoria del riciclo sembri essere una soluzione promettente ed efficace, in realtà solo il 10% della plastica viene riciclato, anche a causa delle migliaia di polimeri e sostanze chimiche, che rendono il processo molto complesso.

Oltre ad intraprendere azioni di prevenzione e riduzione di rifiuti non riciclabili, è cruciale investire in soluzioni tecnologiche e in materiali alternativi e adattabili al singolo contesto. Uno studio commissionato da EPPA ha rilevato che gli imballaggi monouso a base di carta generano, ad esempio, 2,8 volte meno emissioni di CO2 e utilizzano 3,4 volte meno acqua nei fast-food e piccoli ristoranti rispetto a un’alternativa riutilizzabile in plastica.

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