A Salerno un museo del calcio

A partire dagli anni sessanta la città di Salerno, per volere politico, “iniziò a guardare ad oriente”. In pratica la city, alla quale venne risparmiata una crescita esponenziale verso le colline e lungo la dorsale della statale 18, provò, riuscendovi per molti anni, a perseguire il suo sogno industriale crescendo proprio in quell’area che la politica del tempo le indicò. Marzotto Sud, Pennitalia, il pastificio Antonio Amato e la Salerno industriale cresceva e altrettanto benessere si riscontrava in città. Poi la crisi, non quella degli ultimi anni ma un terremoto che ha colpito la city che si è ritrovata abbandonata a sé stessa e che ha provato a sopravvivere grazie alle prebende del mattone.
La Salerno che guardava a oriente è definitivamente sparita, ne è rimasto il ricordo in vecchie carte di archivio. L’attenzione per lunghi anni è ritornata al centro storico a Salierno, mentre le aree orientali sono diventate un frutto dell’incompiuto. Da qualche tempo, però, pare che si voglia nuovamente che la città guardi verso oriente, anche se all’orizzonte le nebbie della crisi non si dissolvono nemmeno con la realizzazione di centinaia di posti barca che, a quanto riferiscono le cifre ufficiali, restano per il momento in gran parte invenduti. Ma proprio lì, all’interno dello stadio Arechi, nei mesi scorsi è stato idealmente collocato un museo del calcio dedicato all’indimenticato e compianto Andrea Fortunato. Il Comune di Salerno ha offerto alcune sale per offrire, credo di intuire bene, un nuovo tassello di un articolato puzzle che dovrebbe far diventare nuovamente appetibile proprio quell’area della città.
Io preferirei un museo del calcio ben più articolato, che non si limiti solamente al ricordo di Fortunato ma che possa celebrare Agostino Di Bartolomei e le sue idee, il vianema ma che possa realmente diventare un attrattore per i giovani, grazie alla multimedialità, e il turismo soprattutto quello scolastico. Immaginare che l’Arechi possa diventare appetibile per un turismo calcistico come quello ideato a Barcellona credo non sia un’idea perseguibile. Ma a pochi passi da lì c’è il Museo dello Sbarco, manca un ristorante che dovrebbe essere gestito da più cooperative sociali e così la città potrebbe ritornare a guardare a oriente pensando ad una crescita culturale ed economica.