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Fallimento Ifil, la richiesta dell’accusa: «Due anni a Piero De Luca»

di Alessandro Mosca
Il segretario regionale del Pd fu assolto in primo grado. La requisitoria del Pg nel corso del processo d'appello: quella sentenza è da riformulare
Fallimento Ifil, la richiesta dell’accusa: «Due anni a Piero De Luca»

Il fantasma del fallimento Ifil torna a scuotere il tribunale di Salerno e i vertici della politica regionale. A quasi due anni dalla sentenza di primo grado che aveva visto cadere la quasi totalità delle accuse nei confronti degli imputati (soltanto Giuseppe Amato junior non fu assolto), il processo d’appello arriva alla svolta: durante la requisitoria tenutasi ieri, la Procura Generale ha infatti ribadito l’impianto accusatorio, chiedendo la condanna per gli imputati assolti dal tribunale di Salerno nel febbraio del 2024.

Al centro dei riflettori rimane, inevitabilmente, la figura di Piero De Luca. Il deputato e segretario regionale del Partito Democratico, figlio del governatore Vincenzo De Luca, si trova nuovamente a dover fronteggiare una richiesta di condanna a due anni di reclusione. Per l’accusa, quel verdetto che lo aveva scagionato “perché il fatto non costituisce reato” va ribaltato.

La vicenda Ifil ruota attorno alla gestione della società immobiliare che, negli anni d’oro dell’urbanistica salernitana, curava la trasformazione dell’ex Pastificio Amato di Mariconda in un complesso residenziale. Secondo la tesi della Procura – originariamente sostenuta dal pm Francesco Rotondo, attuale procuratore capo a Vallo della Lucania – Piero De Luca sarebbe stato un socio occulto della società guidata da Mario Del Mese (che ha già patteggiato la pena, al pari di Vincenzo Lamberti). L’accusa ha puntato il dito su una serie di benefit, in particolare biglietti aerei per il Lussemburgo (dove De Luca lavorava all’epoca come avvocato) che sarebbero stati pagati coi fondi della Ifil. Si parla di cifre che superano i 14mila euro tra il 2009 e il 2011. Se in primo grado la difesa – guidata dall’avvocato Andrea Castaldo – era riuscita a dimostrare il rimborso di quei titoli di viaggio e l’estraneità di De Luca alla gestione societaria, per la pubblica accusa quegli esborsi configurano ancora una distrazione di fondi a danno dei creditori.

Non c’è solo il parlamentare dem nel mirino della Procura Generale. L’accusa ha chiesto la riforma della sentenza anche per gli ex amministratori della società: due anni e sei mesi per Luigi Avino ed Emilio Ferraro. Un anno e quattro mesi la richiesta per Valentina Lamberti, moglie di Del Mese. Richiesta invece la conferma della condanna di primo grado a due mesi per Giuseppe Amato junior. L’unica posizione stralciata dalle richieste di condanna è quella di Marianna Gatto, per la quale non è stato presentato appello.

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