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Un piano nazionale e una cultura per la gestione delle emergenze

Questa torrida estate ci sta inviando, a mio modesto parere, un messaggio che non possiamo eludere o disattendere, ovvero sia, la combinazione di tre eventi naturali (ma molto collegati a responsabilità dell’uomo): la gravissima carenza idrica che ci sta attanagliando, la cronica fragilità del nostro territorio con i casi di dissesto idrogeologico e, infine, gli incendi che ancora stanno ferendo a morte le nostre colline e montagne. Questi tre fenomeni necessitano di una lettura complementare e, inutile sottolinearlo, di risoluzioni altrettanto integrate. Chi a livello locale, regionale e nazionale ha la responsabilità in termini politici e affronta anche uno solo dei tre problemi si trova necessariamente a fare i conti con gli altri due. E spesso nelle medesime aree. Dunque, cosa fare? La funzionalità reciproca delle tre questioni necessita di azioni congiunte e, aggiungo, risolutive.
Credo, infatti, che debba partire un piano operativo nazionale che inglobi tali questioni, che organizzi i comuni e le città in modo tale che essi si dotino di organismi permanenti di analisi del territorio, vere e proprie unità di crisi durature ed operative sempre, 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. Per quale motivo immagino che si debba arrivare presto a una decisione così drastica? Non si tratta di fare allarmismo, ma di varare strumenti nuovi per affrontare questioni che nei prossimi anni si riproporranno ancora, con una frequenza che possiamo anche provare ad immaginare, visto che abbiamo dovuto iniziare a conviverci.
Certo, mi si potrà obiettare che ogni ente locale ha già il proprio ufficio tecnico, la propria commissione ambiente, per non trascurare quella urbanistica, il proprio assessore competente in materia; insomma, le strutture tecnico-amministrative per gestire le emergenze ci sarebbero di già. Ma io chiedo altro. Innanzitutto, chiedo che cambi l’idea stessa di emergenza, che non può essere considerata tale solo quando si è verificato un evento (mancanza d’acqua, frana o incendio boschivo che sia). Si tratta, in questi casi, di emergenze percepite come misure-tampone, dunque, operative solo a fatto compiuto.
Io parlo, invece, di vere e proprie permanenti unità di crisi che gestiscano la prevenzione dei tre fenomeni secondo le più evolute e moderne modalità tecniche ed operative. Che mettano assieme in modo coordinato tutte le figure tecniche e politiche che abbiano una qualche responsabilità su questi temi. Che ripensino all’intera filiera collegata alla gestione del territorio, sanando la gravissima dispersione idrica nelle condotte pubbliche, creando condizioni di gestione oculata dei boschi con una cura maniacale, mi verrebbe da dire, del sottobosco, e che tuteli la riforestazione e la cura dei corsi d’acqua. Che immagini le strategie più oculate per la prevenzione dagli incendi, con droni che monitorino i territori con continuità e con una banca dati locale, regionale e nazionale, cui affidare milioni di dati, immagini, grafici da elaborare e da analizzare, avvalendosi di pool di esperti. I sistemi geografici informativi sono già delle realtà, e non da oggi, e si avvalgano di esperti e sistemi informatici all’avanguardia, capaci di ipotizzare gli scenari futuri.
Lo Stato e Le Regioni dovrebbero essere l’alfa e l’omega di questo piano di azione nazionale, con i ministeri che dovrebbero scucire un bel po’ di quattrini per mettere in piedi una macchina in apparenza mastodontica, ma che sviluppata su base locale si rivelerebbe di grande efficacia in relazione alla prevenzione e all’utilità sociale degli interventi immaginati. Senza tener conto, poi, delle eventuali responsabilità penali che potrebbero riscontrarsi incrociando tutte le informazioni possibili. E rispetto alle quali, occorre assoluta certezza della pena. L’altro storico bubbone nella gestione ambientale delle comunità.
Occorre, in buona sostanza, uno sforzo collettivo che si proietti verso il futuro, per impedire che si registrino quelle discrasie con le quali continuiamo a fare i conti. Si tratterebbe di mettere in piedi una meritevole azione tecnica e politica che costruisca un’agenda delle priorità, sulle quali agire. Prescindendo finanche dalle forze politiche che vincano le elezioni. Dovrebbe essere una vera e propria emergenza nazionale che imponga questa ratio a chiunque amministri, pena la decadenza dalla carica di primo cittadino o di governatore o ministro. Potrebbe diventare, questa modalità di gestione razionale del territorio, l’inizio di una svolta culturale e politica che tutti attendiamo da anni.

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