L'appuntamento

The Kolors a Paestum «La nostra musica è leggera ma vibrante» 

Il 16 agosto unica tappa in Campania al Teatro dei Templi Antonio Fiordispino racconta le emozioni del gruppo

SALERNO. The Kolors tornano sul palco e il 16 suoneranno al Teatro dei Templi di Paestum per un’unica tappa in Campania a cura di Anni60 produzioni. Parla Antonio Fiordispino “Stash”, frontman del trio.
Come va il vostro tour?
Sta andando alla grande, dopo un periodo di attesa. Per un po’ ci siamo rinchiusi in studio e per chi viene dal talent questo non è l’excursus giusto, soprattutto quando l’esterno è ancora caldo. Siamo nati sul palco per via di una serata a Milano, il live è il nostro vero momento, quello in cui comunichiamo il massimo di quello che abbiamo dentro. Eravamo la band resident di un locale dei Navigli, “Le scimmie”.
Come siete arrivati poi sul palco di Amici?
Mai e poi mai ci saremmo aspettati di partecipare ad Amici, non era il nostro mondo. Venivamo dall’underground, facevamo indie. Un giorno comprammo il volo per Londra, eravamo tutti e tre decisi ad andarcene, perché in Italia ci dicevano che non potevamo funzionare. Poi, arriva la telefonata dalla trasmissione ma eravamo scettici. Ci dicemmo: «Andiamoci ma senza snaturarci, facciamo The Kolors de Le scimmie!» e forse questa è stata la nostra vera forza. Funzionavamo già sul palco, ci sono dinamiche che impari solo durante i live.
Che vi ha insegnato il talent?
Tradurre in un linguaggio comprensibile a chi ascolta la radio e la tv in maniera leggera ciò che facevamo. Le suite lunghissime che proponevamo nei localini come “Shine on You Crazy Diamond”, in quello ci siamo migliorati per spiegarci anche alla signora che guarda la tv in prima serata.
Quindi avete reso il vostro stile più fruibile?
Non faccio le cose perché devo piacere alla gente, è fuori dal mio modo di pensare anche se facciamo pop. Ma parlare di genere è ormai obsoleto. Mi emoziono ancora davanti alla musica di un tempo, ai dischi in vinile di Bowie e dei Floyd ma è una cosa rara. Ormai nelle playlist di Spotify ci trovi di tutto. Sta cambiando il modo di pensare la musica.
Da campani, che effetto vi fa suonare davanti ai Templi di Paestum?
Siamo orgogliosamente campani e fa un effetto strano. Mi ricordo che il mio papà mi portava in gita lì con la famiglia quelle poche volte che riusciva a fare il papà: era sempre in giro, anche lui musicista.
È stato lui a trasmetterle questa passione?
Sono stato permeabile da quel punto di vista ma devo ringraziarlo soprattutto per non avermi mai indirizzato verso un genere chitarristico, solo perché lui è chitarrista. Quando gli chiedevo di darmi lezione perché volevo fare il figo a scuola con i pezzi dei Pink Floyd mi diceva che dovevo impararlo da solo, con il disco, dovevo ascoltarlo e riprodurlo. Per un po’ ho anche studiato il solfeggio ma non mi sentivo vicino a quel tipo di concezione di musica, preferivo imparare un assolo di Brian May.
Com’è cambiato l’atteggiamento dei discografici dopo il successo?
Ogni volta che facevamo una demo nuova andavo a bussare a tutti i discografici con “Everytime”, e la risposta di tutti è diventata una cantilena: «Ragazzi, questa roba non funzionerà mai in Italia». Il brano era così come lo sentite adesso. Due settimane dopo l’ingresso ad Amici, tutte le major mi avevano offerto un contratto discografico e lì mi sono preso la responsabilità di non firmare perché mi sembrava incoerente. Ora che sono parte dello showbiz capisco che solo ai talent puoi permetterti di osare, sdoganano tante cose. Lo scouting è morto e la tv resta l’unico mezzo per esprimerti.
Alessandra De Vita