SORPRENDENTE NUOVO LIBRO

Nomi del tempo dissepolto

Nel suo ultimo volume di poesie Zavoli dà voce a una drammatica contemporaneità

Il rischio della poesia è di consegnare suoni e immagini alla sfera della metafisica anziché alla terra e a noi che l'abitiamo. Quando ciò accade - talvolta il rischio e l’atto del nascondimento del quotidiano e della fuga dalla realtà si palesano per davvero, tant’è che ci si chiede perché la poesia si insacchi nell’ermetico silenzio global - rimane travolta la nostra ansia di immanenza e di storia. I versi, a quel punto, diventano suoni arcani, la poesia si stringe in un ’eco esangue e alimenta in noi un’inappagata attesa di realtà. “Celarmi nel folto delle pagine” è una tentazione di ogni poeta, quando il pensiero lo sospinge nelle dissolvenze del ricordo o “tra le orme incerte del viaggio": ma essa può essere attenuata da una forza antagonista, che quando com pare e avanza fa entrare in relazione con gli altri, provocando il piacere del dialogo e dell'incontro. Questo destino (ed esito) più “umano” della poesia è “La strategia dell’ombra”, intendendo per ombra un velo che cade, un ostacolo che svanisce, una luce che si accende per rendere comuni le passioni delle turbate parole del verso, fuoriuscite dal cono oscuro nel quale si nasconde l’anima. Tale destino si oppone alla diffusa sterilità della poesia contemporanea e si dà il caso che sia anche l’aforistico titolo della quarta e (per ora) ultima raccolta poetica di Sergio Zavoli (Mondadori, 2017), nella quale la narrazione registra, sul filo del ricordo, che “la vita ritornava / con la recisa nudità dei segni / sparsi ovunque, / le case non avevano più le loro tinte, / tutto pareva conservasse / l’odore dei luoghi abbandonati, / come l’ultima brace spenta nei camini”. In questa raccolta immaginazione e realtà, evocazione e orizzonte storico, civismo e idealità si allineano su piani simmetrici, creano congiungimenti arditi, tagliano traguardi m om entanei, rilanciano sfide laiche, recuperano torm enti religiosi, alimentando il singolare piano di comunicazione che, per un maestro di giornalismo da anni turbato dallo scuotimento della poesia, costituisce la celebrazione anti-retorica, per dirla con Carlo Bo, di un sacro allarme che convive con l’infinito bivio nel quale si ritrova la nostra vita. Il bivio è il punto di incontro di due strade, ma è anche il pallore del dubbio di fronte alla solitudine della scelta. Zavoli non sembra temere né la fisicità di un reale percorso ambivalente né la problematicità di un ideale aut aut kierkegaardiano, perché la sua poesia disegna la linea di un orizzonte storico poeticamente dilatato (“è una remota idea la storia / che si affidava ai miti, come / non è reale solo il razionale...”), rassicurante riferimento per ogni lettore oscurato dall’eclisse del tempo. Le ore ferme e infinite angosciano, nelle tragedie indossano i calzari di piombo e sembrano schiacciarci su un presente statico ineluttabile: il tempo immobile alimenta, in questo severo e godibile libro, teneri ricordi di guerra, quando la libertà baluginava nelle feritoie della speranza e il poeta, tra i cascami della tragedia immane, non scorgeva la vita (“... in quel vuoto cercavo qualcosa di rimasto / alle sue forme, si vedevano solo i campanili / a guardia del disastro ...”). Erano sere amare che “si stringevano d’un tratto”, e nelle quali “l’ombra si induriva, / sembrava avere anch’essa la sua ombra”. Sono i versi dell’assenza, della fine delle cose, dell’ombra inspessita e non ancora strategica; ma nella poesia di Zavoli lievita il rimedio, com pare l’uscita di sicurezza che è, poi, l’entrata nella contraddizione del divenire, nella drammaticità dei conflitti dell’esistenza: “Occorrerebbe un vento / che avesse la facoltà di far salire / nell’azzurro del cosmo / un suono destinato a portare / il grazie della Terra a chi, / forse un angelo musicante, / aveva dato al pianoforte roco, in quei mattini, / un suono così umano". Il bivio, la sponda, l’attesa diventano partenze/soste, attraverso le quali il poeta tenta di scolorire l’ombra-guida che la vita gli affidò come bussola, sonda di giovinezza, lampada mitica. Le strade talvolta si stringono in tratturi impervi, lungo le quali le orme sono confuse ai passi e dure si fanno le prove della fede malferma: Il Bene e Male si scontrano, in quegli snodi, e anche l’albero centenario cadente, com parso nei ricordi del poeta, sembra salvarsi ascoltando, dentro il suo ventre vuoto, le Stagioni di Vivaldi. Segno che per vivere c’è bisogno di luce, musica, armonia. II passato preme e spinge la poesia (nonché i poeti che ne vivono l’“urgenza filosofica”, direbbe Maria Zambrano) oltre la soglia, in un luogo in cui diventino palesi le risposte alle eterne dom ande degli umani (“...dove andare, con chi e dietro / a quale idea del futuro...”). In quest’area, che è di approdo e di consapevole ascolto di ere che avanzano e ci travolgono, l’autore si chiede se ancora ha “la forza per credere che siamo alle prese / con qualcosa di com une, oppure è solo un viaggio / nel niente”. È l’antico dilemma che l’intimismo poetico suscita e traspone nella parola tremula del verso. A questo punto, Zavoli “inventa”, come si è detto, l’antidoto e sceglie l’ala battagliera della poesia civile che, dialogando, cerca l’anima della storia, la scorge nelle antiche lotte di libertà e nel dovere della solidarietà. In alcuni versi ansima il respiro “greco” di Quasimodo, quando la fioca libertà dell’imminente dopoguerra apparve appesa ai pali del telegrafo e al dolore muto delle mamme. Zavoli, che fu grande cronista ed è un impareggiabile maestro novantaquattrenne di giornalismo, eleva questa sua acuta sensibilità di poeta civile alla meta più alta alla quale un autore possa aspirare: la semplicità, che placa la vertigine dell’immaginazione creativa e la raffredda nell’attenta ricerca di una parola mite, integra, affabile, confidenziale. Che dà conforto e diffonde luce.