Un comizio di Beppe Grillo

L'ANALISI

La nuova legge elettorale proceda per confronti non per risentimenti

La discussione sulla legge elettorale “ricomincia da tre”. È arrivato il modello “fifty-fifty” dopo il ripudio dell’Italicum da parte del Pd e l’accantonamento del Porcellum

La discussione sulla legge elettorale “ricomincia da tre”. È arrivato il modello “fifty-fifty” dopo il ripudio dell’Italicum da parte del Pd e l’accantonamento del Porcellum, nelle versioni rivedute dalla Consulta, le uniche al momento vigenti. L’idea di andare al voto con una formula per metà maggioritaria e per l’altra proporzionale, senza preferenze e con sbarramento al 5%, si presta ad essere interpretata come una sorta di ballon d’essai per saggiare la reazione di possibili partner da accreditare e consociare nei collegi uninominali o come una mossa del cavallo per mettere fuori causa i “cespugli” ed i contestatori dei capilista bloccati.

Se si votasse oggi, con questo impianto, secondo i ricorrenti dati rilevati dai sondaggisti, non tornerebbero in Parlamento con propri gruppi autonomi Si, Ap, Mpd, Ala e Fratelli d’Italia; né è scontato il traguardo per la equivalenza delle intenzioni di voto attribuite a M5s, al Pd ed a una potenziale aggregazione tra Forza Italia, Lega ed altre sigle di centrodestra. I collegi uninominali, per concezione, sono adatti per competizioni bipolari, con finestre di rappresentanza per altri soggetti in lizza. In una situazione tripolare tutto può succedere rispetto alle aspettative e non è escluso che dalle urne esca una geografia politica che non sempre garantisce la governabilità del Paese da parte di un solo soggetto. Laddove il fifty-fifty alla tedesca e il Mattarellum nella esperienza italiana sono stati attuati, dopo l’esito delle urne, spesso si è dovuto ricorrere o alle cosiddette grandi coalizioni o alla transumanza parlamentare.

Nell’intento di Matteo Renzi si può leggere una idea di semplificazione, ma anche la voglia della rivincita dopo la sconfitta sul referendum costituzionale che ha sconvolto i suoi piani riformistici. Ha peccato di leaderismo, evoluzione semantica di cesarismo, venendo meno al principio che non consente di definire a priori ciò che appartiene alla dimensione del novum storico, determinato nel caso specifico dalla volontà del corpo elettorale e non dei partiti. La inadeguatezza dell’Italicum da lui contestata è il prodotto di quella stagione, peraltro sanzionato dalla Corte costituzionale.
Ora, la nuova sfida passa per le aule parlamentari nelle quali non ci sono i numeri per garantire un cammino rapido e lineare a qualsiasi strumento elettorale che mira a modificare la fotografia di una realtà politica articolata in termini culturali e sociali attraverso i partiti che ne interpretano i valori e ne traducono le istanze in atti di governo. Nella storia del nostro Paese la ritrovata democrazia si è nutrita di dialettica fra opposte alternative, con luci ed ombre, ed è stata una fatica preservarla dalle semplificazioni consociative e dalle suggestioni leaderistiche confortate dalla contingenza dei numeri ma costantemente soggette a contestazioni permanenti o succubi di altri poteri. Senza questa consapevolezza si rischia di barattare la governabilità, invocata in nome del decisionismo, con l’omologazione del legislatore alla volontà del capo dell’esecutivo, forte di maggioranze precostituite e di parlamentari nominati prima di essere eletti.

Sul punto il confronto può assumere i toni di uno scontro di culture politiche sul concetto di democrazia parlamentare che hanno animato le ragioni degli schieramenti pro o contro il referendum di riforma costituzionale. Buon senso vuole di non avvilire l’ideazione dei meccanismi della legge elettorale che sarà messa in cantiere con i risentimenti per una bocciatura maldigerita o con i propositi di ripetere aggregazioni superati ed usurati dal tempo.
Allora non ci resta che augurare ai nostri parlamentari un buon lavoro, qualunque siano le loro decisioni, per non finire nelle secche di uno squallido decreto legge.
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