FUTURO INCERTO

La discussione pubblica sulla povertà. Finalmente si è infranto un tabù

Un tabù, forse, si è infranto. Quale tabù? Quello della discussione pubblica e politica sulla povertà ed i processi di impoverimento nella città di Salerno. L'articolo pubblicato alcuni giorni fa da “la Città” ha questo merito e. insieme, quello di avere presentato il problema a partire da una serie di dati, tra cui, ma non solo, quelli dell'istituto Svimez e dell’Istat. È evidente che la questione importante non è quella delle classifiche. Non è interessante sapere la posizione precisa di Salerno nella graduatoria della povertà nel Sud Italia, mentre è fondamentale capire quanto questa condizione e questo processo stanno investendo le persone e le famiglie che ancora abitano questo territorio, cioè è necessario guardare alle disuguaglianze di fronte alla povertà.

Non è vero che tutti si impoveriscono. Non è vero che quando c'è la crisi economica tutti ne risentono allo stesso modo. Anzi, durante la crisi, e proprio grazie alla crisi, alcuni si arricchiscono addirittura. Per questo è necessario soffermarsi sul nesso povertà-disuguaglianze e farlo non solo in

termini individuali, cioè guardando a redditi e consumi, ma anche in termini collettivi, cioè guardando ai servizi pubblici disponibili, la cui forza o debolezza influenza molto la vita di chi ha redditi più bassi della media.

Può essere utile, allora, mettere in fila anche altri dati. Ad esempio, quelli sull'accesso alle prestazioni sanitarie nei centri di analisi convenzionati, caratterizzati in Campania da anni dal fatto che ad un certo punto, quest’anno a novembre, le agevolazioni con i ticket si bloccano e tutte le analisi si pagano a prezzo pieno. Poi ci sono i dati sulle remunerazioni del lavoro. Fatto salvo il pubblico impiego non precario ed una piccola parte delle imprese private, qui il quadro è molto difficile. E la scelta di puntare sul turismo e nuove case in quantità non è sufficiente, perché i settori

hanno un tipo di economia polarizzata, con molti lavori a termine e redditi bassi. Qui è difficile trovare dati certi, rappresentativi della reali condizioni di lavoro e retributivi: sono soprattutto i dati qualitativi a parlare, quelli delle remunerazioni di commesse, badanti, camerieri, addetti ai supermercati, lavoro ambulante e così via.

A questi si aggiungono i dati sui licenziamenti, commentati di recente anche dal presidente di Confindustria che ha parlato di un conto salatissimo per i 1.543 dipendenti licenziati, solo a Salerno, tra il 2013 e il 2016. Ci sono, poi, i dati per area territoriale. Ad esempio, guardando al dato Istat 2011 sull’incidenza delle famiglie con potenziale disagio economico, che si riferisce alla percentuale di famiglie con figli in cui tutti i componenti sono disoccupati o ritirati dal lavoro, si vede che nel comune capoluogo le famiglie in seria difficoltà si concentrano soprattutto nelle zone collinari e frazioni alte, con un peso più che doppio rispetto alla media.

Dunque, la povertà c’è ma soprattutto essa è evidente quando viene letta come insieme di disuguaglianze. E così appaiono le ingiustizie nell'accesso alle cure, analisi e visite mediche o nell’occupazione che una pane della società salernitana vive, ma anche le ineguaglianze tra le aree territoriali della città.

Ora che il tabù si è rotto, si potrebbe iniziare a discutere dei limiti del modello di sviluppo locale? Si potrebbe aprire una questione seria sul fatto che, probabilmente, un'economia fatta di questo tipo di turismo e di nuove costruzioni a oltranza impoverisce una parte della popolazione locale? Oppure, chi non ce la fa deve rassegnarsi a vivere alla giornata, nella paura di un daspo o di un sequestro della merce che cerca di vendere come ambulante, e gli altri, quelli che possono e se la sentono, necessariamente cercare fortuna altrove, nel Nord Italia o all'estero?