L'INTERVISTA

La denuncia di De Silva: «Il linguaggio comune ha perso profondità»

Lo scrittore sarà ospite della Biennale del Tirreno a Cava. «Nel mio libro “Superficie” provo a ribaltare i luoghi comuni»

Le belle persone non cambiano il mondo, però gli fanno fare delle figure di merda...uno dei pochi cornetti che mangio senza senso di colpa è quello che segue un prelievo di sangue. Il selfie è un trucco in senso cosmetico…». Politica, sociale, economia, questioni filosofiche e questioni di popolo, spezzoni di cronaca e di sesso, l’assordante tecnologia, le voragini della gastronomia, la commozione del ricordo. Lo scibile umano compresso nella sua quotidiana insensata vuotezza, marchiata a fuoco dal linguaggio ipermediatico ed iperappiattito dei nostri giorni. “Superficie” è il nuovo libro di Diego De Silva , pubblicato per Einaudi, a metà tra il divertissement e l’aforistica, che nasconde, sotto l’apparente anarchia strutturale, riflessioni molto più gravose sulla società in genere. Il volume sarà presentato dopodomani, nel Complesso Monumentale di San Giovanni a Cava de’ Tirreni, a partire dalle 19, in occasione della Biennale Internazionale del Tirreno.

«Dopo dieci romanzi, avevo voglia di scrivere un libro differente in cui poter giocare con le parole e cercare un sottofondo serio – dice lo scrittore, celebre per la saga dell’avvocato Malinconico e per libri come “Certi bambini” e “Da un’altra carne” – Il senso del libro è che il linguaggio comune sta perdendo ogni profondità. Se si prova a fare un esperimento, sentendo un talk show e azzerando il volume della televisione, si può andare avanti per conto proprio. Sono talmente ovvie le frasi, che non c’è più bisogno di arrivare alla fine, sai già come completarle. Dunque una riflessione sul linguaggio di oggi, soprattutto sull’impoverimento del pensiero, il fatto che ci si rifuggi in pensieri rimasticati. Non c’è un approccio serio, critico e competente. Dall’altro lato c’è anche questo gioco che faccio, rovesciare e ribaltare il luogo comune. Perché rovesciando l’ovvio ti può capitare di incappare nella verità ».

Un libro fondato sul montaggio di frasi fatte, riflessioniapparentemente banali ma che – ecco il paradosso – risuonano come cucite sulla propria pelle, uno specchio fedele e spietato della condizione dialettica contemporanea.

«Quando l’ho concepito, mi sono subito reso conto che mettere semplicemente in fila una collezione di luoghi comuni sarebbe stato stucchevole. Quello che potevo fare era cercare di dare una musicalità alla pagina e far divertire il lettore, consentendogli però di riflettere. L’ironia resta. Che poi è il mio modo di scrivere da qualche tempo a questa parte. Detesto gli scrittori troppo seriosi. Il senso dell’humour è una corrente che vivifica la pagina».

Dopo la saga dell’ormai celebre Vincenzo Malinconico, De Silva spezza il ritmo e si confronta con un libro apparentemente privo di regole.

«Con gli editori c’è stato un confronto sereno – dice – Loro sono sempre molto disponibili alle cose che propongo. In questo caso, quando mi è venuta l’idea, ho mandato mezza pagina e mi hanno risposto che erano molto curiosi di capire come sarebbe continuata. Il grande lavoro è stato quello del montaggio. Ho buttato una quantità enorme di ciò che avevo scritto, creando un dialogo surreale tra le righe. Mettere assieme, strutturalmente, una materia così frastagliata fatta di nonsense, è stato un lavoro architettonico».

E il pubblico risponde facendo schizzare il libro in classifica. Un successo che non farà gridare al tradimento nei confronti dell’avvocato più “malinconicamente simpatico” della narrativa italiana.

«Lo lascio lontano da me per un paio di anni. Ho bisogno di farlo decantare. Vincenzo Malinconico non è un personaggio che voglio spremere. Quando lo scrivo sono sempre sorpresoda quello che succede, rischierei di farne il verso. Quando ci ritornerò vedrò cosa gli è successo».

Davide Speranza