IL COMMENTO

La casa lusso per pochi con gravi rischi sociali

La politica pubblica per la casa in Italia è assente, almeno da 30 anni

La politica pubblica per la casa in Italia è assente, almeno da 30 anni. In questo tempo l’unico incentivo è stato quello alla costruzione di nuove case. Non ci sono state politiche per il sostegno a chi vive in affitto, né politiche di edilizia pubblica. Ovviamente, queste scelte vengono pagate da qualcuno. E chi le sta pagando? In tanti e tante, specialmente i giovani e gli stranieri.
Una parte ampia dei giovani e degli immigrati in Italia vive condizioni materiali di vita sempre più simili e se non fosse per la presenza delle famiglie di origine, in tanti si troverebbero in gravi condizioni abitative. Non è un caso, del resto, che, secondo i dati Eurostat del 2013, il 78% dei giovani italiani tra 20 e 29 anni vive ancora con i genitori.
Il doppio sgombero dei giorni scorsi a Roma ha ricordato a tutti una situazione ormai insopportabile. Per troppi anni solo i movimenti di lotta per la casa, qualche inchiesta giornalistica ed alcune ricerche sociali hanno evidenziato un fatto che la politica ha voluto rimuovere: per una parte della popolazione l’accesso dignitoso alla casa è negato e per un’altra parte è una batosta che mese dopo mese porta via fino al 60-70% del reddito. Tra fitti o mutui, bollette e tasse locali, tante famiglie e persone impegnano una quota enorme dei propri salari e stipendi per continuare a vivere in una casa. E lo fanno a discapito di tutto il resto, visite mediche e spese per la formazione culturale comprese.
D’altronde, secondo i dati Nomisma, affittare una casa di 90 metri quadrati a Roma costa in media 1.300 euro al mese, a Milano 1.100, mentre il valore medio nelle aree metropolitane italiane è di circa 800 euro. A Salerno, i valori sono più o meno gli stessi. Questi dati di mercato si scontrano con salari e redditi sempre più incerti e bassi per una parte della popolazione. In questa situazione, per gli stranieri è tutto ancora più difficile. Il diritto alla città, cioè, molto in breve, il diritto a vivere in modo degno dove si lavora ed i propri figli vanno a scuola, è per essi ampiamente in discussione. I dati lo dicevano chiaramente già alcuni fa. Nel 2010, secondo l’Anci, una persona straniera su tre viveva in situazioni di disagio abitativo, per sovraffollamento o altre condizioni precarie, mentre, secondo dati del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, solo lo 0,5% degli stranieri non comunitari viveva in una abitazione popolare, pari a 16.546 case, mentre tantissimi, circa la metà dei richiedenti, erano in graduatoria in attesa.
In questa situazione le persone non possono aspettare. Una parte si organizza in modo autonomo, arrivando all’occupazione per trovare una soluzione che le istituzioni pubbliche negano. E, queste ultime, invece di dire “scusateci, state risolvendo un problema che abbiamo avremmo dovuto affrontare noi con ogni mezzo”, come fece Giorgio La Pira, sindaco democristiano di Firenze che giunse nel 1953 a requisire le case, cosa fanno? Legittimano sgomberi e campagne di criminalizzazione, trasformando la questione sociale della casa in questione di ordine pubblico governata dal Ministero dell’Interno. E, così, la legalità, divenuta tragica grottesca macchietta, presenta tutta la sua violenza. La violenza dei diritti negati per delegare tutto al mercato e, quindi, alla legge del più forte, contro chi è economicamente più debole.
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